Rivendicare invece l'introduzione del soggetto nel campo delle scienze biologiche, voleva dire sciogliere l'incantesimo dell'oggettività, ritrovare, cioè, quelle componenti della malattia come fatto dell'essere vivente non captabili da nessuno strumento.

L'approccio di Weiszäcker alla soggettività, dunque, spezza il tradizionale rapporto soggetto-oggetto, e instaura una concezione della totalità nella quale il soggetto è incluso a titolo di modulatore espressivo (è lui che indica la dimensione della sua malattia).

La svolta dalla "malattia al malato", così, è caratterizzata dalla ricerca di un nuovo contatto con la vita dell'uomo, dove il significato della biografia sopravanza infinitamente l'angusto ambito delle cause prossime del male, nella cui manifestazione ed evoluzione la componente psichica giuoca non un ruolo secondario, ma una funzione propria e decisiva.

Introdurre la psicologia in medicina, inoltre, non consiste per Weiszäcker solo nel considerare l'ambito circoscritto a cui appartengono le malattie psichiche da sempre considerate come tali (isteria, nevrosi ossessive, psicosi); si tratta piuttosto della presa d'atto che ogni malattia (del cuore, pelle, polmoni) sia anche di natura psichica.

Progettare in questo modo una patologia generale che non separi malattie psichiche ed organiche, significa determinare, invero, da una parte il superamento di una visione statica della medicina classica basata su due domini non comunicanti, dall'altra andare perfino oltre la stessa psicoanalisi, cristallizzatasi esclusivamente sul piano psichico.

Rispetto alla medicina, difatti, intesa come scienza della natura su base razionalistica, la medicina psicoanalitica perviene, è vero, a un'altra immagine dell'uomo, della sua malattia e della relativa terapia; purtuttavia essa rimane insufficiente laddove, limitandosi ai soli fenomeni psichici, è incapace di spiegare il fenomeno organico.

Il principale discriminante, cioè, tra Freud e Weiszäcker, resta il ruolo del corpo nella considerazione dell'uomo sano e malato.

La Psicoanalisi, difatti, attribuendo allo "psichico-inconscio" il ruolo che prima doveva svolgere il corpo, di questo in realtà si sbarazza sottraendogli qualsiasi valenza dinamica e relegandolo in una posizione "solida" di non comunicatività col piano psichico.

Weiszäcker al contrario, pur in un'ottica psicologica, volendo reimmettere la natura materiale nella considerazione scientifica di tutto l'uomo, rovescia la posizione psicoanalitica, colpevole di aver disconosciuto quell'idea di animazione di tutta la realtà corporea da cui era partita.

Corpo e psiche, cioè, si possono rappresentare e sostituire reciprocamente in una dinamica che va oltre le usuali considerazioni di ordine statico, in un rapporto che è di reale unità.

Questo modo di considerare l'unione di corpo e anima oltre il dualismo psicofisico, è facile rilevare, contiene germi particolarmente innovativi e fecondi, in quanto prelude a una visione globale di tutti gli eventi della vita umana, dove le vicissitudini del corpo con le parallele implicazioni psichiche, non sono escluse da un contesto sociale e morale.

La malattia allora non è vista come un accidente, un'aggressione o come una variazione quantitativa dalla norma, ma come il riflesso del vissuto di un malato, l'unico che può svelare le radici profonde di un fatto morboso.

Sulla base di un'identificazione sostanziale tra corpo e psiche è possibile interpretare, così, il corpo col linguaggio della psiche e la psiche col linguaggio del corpo, con la conseguenza che tutti gli influssi sopramateriali possono essere tradotti sul piano organico.

La terapia allora non può svolgersi solo in un piano meramente fisico, ma deve coinvolgere tutti i piani esistenziali dell'individuo; il suo obiettivo non è la restitutio ad integrum, ma la trasformazione e il rinnovamento.

Si delinea così una modalità d'indagine non prevista né da un approccio anatomo-fisiologico, né psicologico, attestati ognuno nel proprio dominio in maniera incomunicabile.

Al contrario nella prospettiva psicosomatica, nel momento in cui un sintomo, nel caso della malattia organica, può essere inquadrato nell'ambito della struttura psichica, in quel momento il vallo di demarcazione tra le due interpretazioni viene annullato: "non c'è disturbo organico che non si rifletta sulla psiche, non c'è disturbo psichico che non abbia riscontro nell'organico". (42)

Le malattie che si manifestano come disturbi della struttura o del funzionamento del corpo non rivelano solo un'alterazione dell'uomo intero, ma ognuna di esse corrisponde ad una particolare perturbazione dell'anima, distinta da ogni altra.

Ogni organo, pertanto, in scambio osmotico permanente di sensazioni, immaginazioni, in generale con fenomeni consci e inconsci, possedendo una sua valenza psichica non può essere circoscritto ad una funzione semplicemente meccanicistica.

La tipologia dei fenomeni morbosi, allora, è bene sottolineare, non si spiega nel senso della produzione di "reazioni" psichiche in risposta a uno stimolo organico, né tantomeno nel senso di uno scatenamento di meccanismi organici attraverso fattori psichici, bensì essa poggia su un parallelismo che in ultima analisi consiste in una sostanziale identità di entrambe le sfere, separate soltanto in ragione della differente modalità di osservazione.

Su queste basi, compito della psicosomatica è quello di portare alla luce quel "qualcosa" che sta dietro ai fenomeni, partendo dal presupposto che tanto i fenomeni organici quanto quelli psichico-inconsci sono occultati alla coscienza.

La psicologia del profondo, denominatore comune tanto dell'organico quanto dello psichico, resta l'unica base su cui possa essere codificata una medicina psicosomatica capace, nell'andare oltre l'utilizzazione freudiana dell'inconscio nel conscio, di darne la giusta interpretazione in senso organico.

Una volta ammesso che vi sia un'identica origine per i fenomeni psichici e per quelli organici (laddove l'inconscio e l'intima materialità si identificano nel presupposto della sussistenza), e che questa sia il precipitato di infiniti costituenti (genetici, ambientali, sociali, culturali, ecc.) risulta estremamente evidente il carattere di modernità di una prospettiva della patologia che abbracci tutta la realtà del vivente.

Una valutazione nei confronti del medico tedesco, quindi, non può che essere positiva, non tanto sul piano dei risultati concreti o della capacità sovversiva del suo discorso, quanto per il carattere innovativo delle sue teorie.

Non a caso alcune sue significative rivendicazioni, come il contatto vivo con la realtà umana del malato, nonché una sua collocazione entro una cornice bio-psico-sociale, appartengono ormai stabilmente al bagaglio culturale dei più recenti pensatori e studiosi.

Evidenti pertanto sono i meriti di Weiszäcker, specialmente per la sua capacità di stimolare un ampliamento dell'orizzonte teorico del pensiero medico; il difetto delle sue concezioni, però, di determinare una ricaduta nella terapeutica, lo fa rimanere entro i confini freudiani di cui vede le proiezioni, ma da cui in pratica non sa uscire.

Hans Georg Gadamer

Il saggio "Dove si nasconde la salute" si propone di sottolineare le differenze che esistono tra la medicina scientifica e la vera e propria arte medica, l'una orientata verso la patologia, l'altra verso il paziente.

La tendenza della medicina attuale che è soprattutto ospedaliera e quindi votata alla specializzazione, va smascherata per l'esiguo valore umano, dovuto alla riduzione del soggetto a numero e del corpo alle sue parti.

Una conoscenza medica, inoltre, basata sul primato troppo semplicistico del nesso causa-effetto, risulta troppo parziale, dal momento che impedisce di raggiungere la comprensione di quel "Tutto vivente" che è l'uomo.

Fissandosi infatti solo sulla manifestazione corporea della malattia, anche se oggettivata da una molteplicità di dati, si perde di vista quell'unità psicofisica, la sola capace di riequilibrare scompensi che il più delle volte sono di origine extra-scientifica, quindi non suscettibili di correzioni brutalmente materiali che mettono "sottosopra il paziente".

Non è possibile vedere, afferma Gadamer, il rapporto medico-paziente come quello di un qualsiasi altro scienziato di fronte al proprio oggetto di studio e di intervento.

Le capacità relazionali e comunicative della coppia medico-paziente costituiscono, infatti, una premessa ineliminabile nell'interezza della dimensione professionale e non una semplice appendice di essa.

Un conto è la medicina scientifica, un conto la prassi medica la cui estensione sarà sempre eccedente rispetto a qualsiasi ambito teorico e tecnico.

Ci si pone allora la domanda: L'applicazione della scienza esaurisce la prassi?

Sebbene tale applicazione rientri nella prassi - afferma Gadamer -, tuttavia non si identifica con essa, poiché prassi non significa soltanto l'attuazione di tutto ciò che è realizzabile.

La prassi è di volta in volta anche scelta e decisione fra diverse possibilità e quindi si trova sempre in relazione all’essere" dell'uomo.

Il problema della salute, se disancorato dal soggetto-paziente e dal soggetto-medico, ma affidato esclusivamente all’impressa" scientifico tecnologica e ai suoi funzionari, finisce per snaturarsi e perdere di vista il legame con la ricchezza della vita.

E' da tenere ben presente inoltre che, tra le scienze che studiano la natura, la medicina è l'unica che non va mai interamente concepita come tecnica, poiché identifica sempre la sua capacità pratica non nella produzione di un oggetto, ma nel ripristino di quanto è naturale.

Si richiedono quindi al medico qualità aggiuntive capaci di individuare quell'equilibrio invisibile, variabile da caso a caso.

"Si ha l'impressione che nella capacità pratica del grande medico siano in gioco fattori relativi alla sua più segreta esperienza di vita."

A costruire la grandezza del medico non è solo il progresso scientifico della medicina clinica, l'introduzione dei metodi chimici nella biologia". (43)

Laddove subentrano invece solo automatismi razionali al posto della decisione del singolo, la gestione della salute viene sottoposta al dominio tecnologico, che elimina progressivamente la spontaneità e la facoltà di giudizio di chi se ne serve.

Qualsiasi specializzazione, è evidente, sottomette ai suoi criteri chiunque la utilizzi integralmente, in un'organizzazione del sapere dove non è prevista libertà di pensiero.

La scienza medica pura, però, sottolinea Gadamer, non è in sé competente per quel che concerne l'applicazione pratica delle sue conoscenze, poiché in questo caso entrano in gioco dei fattori (scale di valori, preferenze, abitudini, perfino interessi personali) sottoposti soprattutto a una valutazione soggettiva, in cui giuocano un ruolo predominante l'esperienza e la saggezza.

Il giudizio del medico, dunque, regola ancor oggi una sfera di attività particolarmente ampia, dove l'intervento della tecnica può dare solo un apporto marginale.

Quando viene meno, così, il ruolo di una figura che ha le caratteristiche del medico di famiglia, che conosce il paziente, i suoi legami, le sue abitudini e le sue problematiche, si scivola in un piano di inaridimento oltre che di rischio.

Nel momento in cui, difatti, si accorcia nella società la distanza tra ricerca scientifica, pratica medica e industria, inevitabilmente il medico diventa uno strumento, un esecutore della pubblicità delle aziende, con tutti gli effetti negativi di una professione resa asettica e standardizzata.

Il timore della responsabilità, la preferenza per metodi d'indagine "sicuri", la burocratizzazione, il superficiale etichettamento, un vuoto lavoro meccanico, sono solo alcuni degli inconvenienti più evidenti di un progresso che minaccia di svilire il valore umano.

Se si considera poi che la salute risiede in quell'equilibrio invisibile che bilancia tutte le parti, emerge la contraddizione insita in un opera che dovrebbe avere come principio l'autoeliminazione.

La reale modalità di successo dell'attività medica, difatti, s'individua proprio nella capacità di annullare se stessa e di diventare non necessaria, in un recupero di un organismo malato che assecondi le potenzialità della natura.

La medicina, dice Gadamer, deve sapersi ritirare, non può rendere il malato dipendente da sé; solo in quel momento trova la sua effettiva realizzazione.

La malattia, è bene chiarirlo, non è principalmente ciò che la scienza medica dichiara tale, ossia l'esito di un accertamento verificabile, bensì è un'esperienza dell'individuo sofferente, che egli cerca di superare per recuperare il proprio equilibrio, turbato da molteplici cause.

L'attività medica allora rischia di intervenire in modo pericoloso, non solo disturbando altre condizioni di equilibrio, ma soprattutto a causa della collocazione del malato in un complesso illimitato di tensioni psicologiche e sociali.

"Fare troppo rappresenta sempre una minaccia" (44), specialmente in considerazione del fatto che stabilire un equilibrio significa tenere conto della situazione complessiva dell'intera persona, in particolar modo della componente psichica.

Risultando così impossibile la guarigione del malato senza la "cura dell'anima", è altrettanto certo che la medicina ospedaliera e specialistica rappresentino solo un piccolo settore, in rapporto al compito umano che l'arte medica deve assolvere nel suo complesso.

La "cura", cioè, supera ampiamente la corsa verso il progresso delle tecniche moderne.

Un medico che applica solo meccanicamente la capacità della sua disciplina, non può alleviare o curare alcuna grave o lieve infermità, dimostrandosi incidentale qualsiasi suo intervento, anche se ciò resta il più delle volte misconosciuto.

"Purtroppo dobbiamo ammettere -è il pensiero di Gadamer- che accanto al progredire della scienza abbiamo una generale regressione nella cura della salute e nella prevenzione". (45)

Questo perché nell'arte medica l'idea di metodo scientifico matematico-sperimentale si è affermata così ampiamente, che è stato possibile trovarsi come smarriti nel labirinto delle specializzazioni, nel quale si avverte la mancanza di un orientamento globale.

Dal momento che non è possibile misurare la salute, proprio perché essa rappresenta uno stato di intrinseca adeguatezza e di accordo con se stessi, conseguentemente non è plausibile fare esclusivamente affidamento su alcun sistema oggettivabile.

Ogni trattamento medico quindi non può fondarsi su una semplice corrispondenza fra causa ed effetto, intervento e risultato, ma sulla restaurazione di quella armonia nascosta che sta in relazione con la "globalità" dell'essere umano, inserito nella complessità della sua esistenza.

Per concludere, critica dello statuto teorico della medicina, centralità del rapporto intersoggettivo medico-paziente, comprensione psicofisica del malato, discrezione terapeutica e sintonia con la natura, sono dunque i punti che emergono dal saggio considerato e che appaiono come la continuazione di un colloquio ideale con V.V.Weiszäcker, dal momento che ne ricalcano le linee essenziali.

Si avverte così, anche in Gadamer, il richiamo ad una medicina di stampo antropologico, intesa come scienza universale dove, nella comprensione di tutti gli elementi costitutivi dell’integrità degli individui, possono essere liberati quei valori che permettono di risolvere il mistero della salute in maniera degna.

Alexandre Salmanoff

Accanto alla medicina ufficiale esiste tutta una gamma di correnti che spesso vengono definite eretiche.

La medicina cosiddetta naturale è sita, invece, in quella "terra di nessuno" che, pur non seguendo i dettami del pensiero "ortodosso", difficilmente può essere collocata in qualsiasi altra posizione alternativa, rappresentando quel denominatore comune sul quale dovrebbe erigersi ogni pensiero medico.

Se in un determinato momento storico viene avvertita come "eterodossa", le storture non vanno ricercate nel suo ambito, ma in quella strada che si vorrebbe spacciare come maestra e che invece si è allontanata troppo dai canoni del buonsenso.

Alexandre Salmanoff, medico naturista, appartenente a quel tipo di persone che si ergono materialmente e spiritualmente contro gli abusi del qualunquismo autorizzato, intende reinserire l'uomo nell'alveo della natura.

Contro l'apparato delle cure mediche normali, fondate sulla farmacologia e sulla terapia d'organo isolato, lo scienziato russo prende posizione con un veemente richiamo all'unità del corpo, lasciata eccessivamente in ombra dall'attuale atteggiamento superspecialistico nei confronti della malattia.

Egli però, è bene sottolinearlo, muovendosi quasi esclusivamente sul piano corporeo, si differenzia sensibilmente da quanti si appellano a una visione olistica dell'uomo che privilegi genericamente il fattore psichico.

Il risultato che ne consegue è una visione molto più pratica della malattia, suscettibile di remissione non solo in via di principio, ma per mezzo di proposte attuabili concretamente.

Il nucleo della teoria dell'autore di "Segreti e saggezza del corpo" consiste in uno studio dell'organismo alla luce del sistema dei capillari sanguigni, sulla cui struttura poggia il ciclo della vita, caratterizzato da due processi polari:

1) L'assimilazione perpetua o integrazione che è la trasformazione della materia inerte, morta, in sostanza vivente, dinamica.

2) L'eliminazione perpetua o disintegrazione che è la trasformazione della materia vivente in materia inerte, morta.

Il rallentamento del primo provoca diminuzione della vita per un deficit di sostanze energetiche; il rallentamento del secondo produce l’avvelenamento da parte dei prodotti della stessa vita.

La chiave di lettura del corpo umano sta, allora, nell'euritmia dell'irrigazione capillare, capace di incidere sui due meccanismi dinamici principali e risultando, così, la sola depositaria del buon andamento delle funzioni biologiche.

E' nelle turbe della composizione dei liquidi organici, nella patologia umorale cioè, che va ricercato l'avvio di ogni processo morboso, le cui tappe successive sono rappresentate dalla degenerazione del tessuto connettivo (che connette) e dalla conseguente sofferenza delle cellule e dei tessuti nobili (epidermiche, nervose, muscolari).

Malattia e invecchiamento dipendono dunque direttamente da un meccanismo così semplice ma così profondo ed essenziale, che spazza però tutte le concezioni più o meno complesse e arzigogolate della patologia.

Tra i processi morbosi - é il pensiero di Salmanoff - , non così numerosi e così essenzialmente diversi come si crede, si sono interposti, per il bisogno di classificazione, molti diaframmi, troppo assoluti.

Non ci sono malattie locali, malattie degli organi; è sempre l'uomo nella sua totalità che è ammalato.

Se la capillaropatia è il diffuso sostrato di ogni sintomo, di ogni disturbo di un qualsiasi comparto anatomico, allora è contro questa che bisogna indirizzare la ricerca, evitando di inventare sterili sistemi.

Ignorando o sottovalutando la fisiopatologia dei capillari si resta alla superficie dei fenomeni, e tanto la patologia generale quanto la patologia speciale restano buie.

Occorre insomma respingere le specializzazioni della medicina, dimenticare le etichette delle malattie particolari, e ricercare quei pochi principi giusti e chiari capaci di convogliare la pletora di informazioni e nozioni in un'unica direzione che dia ragione di tutti i processi biologici.

La protesta di Salmanoff, allora, investe non solo il modo di fare medicina, ma soprattutto i principi su cui si basa il suo insegnamento, generatore di medici inariditi e fossilizzati su schemi morti.

Dopo tanti anni, difatti, e così gravosi di studio, dopo aver imposto al cervello l'assimilazione di centinaia di migliaia di geroglifici, se ne è minata completamente ogni reattività, lasciando via libera ad un modo di concepire la vita e la salute solo in maniera artificiosa e superficiale.

La vera realtà, invece, è nascosta, dissimulata nelle profondità della vita.

Quella che noi scorgiamo sulla superficie - continua Salmanoff -, quella che possiamo osservare, classificare, disporre soltanto con uno spirito metodico e logico, non ci offre che i riflessi dei processi delle profondità.

La cura del malato, allora, non consiste nel soffocare un sintomo o più sintomi, ma nel ricostruire un bilancio energetico generale, fondato sull'equilibrio della perfusione tissutale, da considerare come un assioma fisiopatologico cui va subordinata ogni azione terapeutica.

La medicina moderna, al contrario, anziché provvedere all'armonia organica, continua a sostenere la guerra contro le diverse aggressioni, trascurando completamente il valore del bilancio energetico, l'unico capace di determinare il livello di vita dell'organismo umano.

Le grandi scoperte della batteriologia, ad esempio, hanno creato la convinzione che gli agenti microbici agiscano come un fattore del tutto estraneo all'organismo, come un'invasione quasi meccanica di un'armata straniera.

Questa è un'interpretazione forzata ed eccessivamente semplicistica: nelle malattie infettive lo stato generale del malato ha, nell'evoluzione morbosa, un'importanza maggiore che il microbo.

Nella maggior parte dei casi, gli agenti infettivi sono gli stessi microbi che, prima della malattia, hanno sempre abitato sulla nostra pelle, nella bocca, nella via digestiva e anche nei tessuti e nel sangue.

Noi viviamo, secondo Salmanoff, in uno stato di infezione latente, eppure raramente subiamo una malattia infettiva, in quanto siamo dotati di una resistenza aspecifica la cui natura ed il cui meccanismo sono misconosciuti.

Nelle malattie gravi, quindi, non bisogna precipitarsi sugli antibiotici annientando le prime reazioni di difesa, ma bisogna mettere il sistema immunologico nelle condizioni di agire.

"Prima di ricorrere al trattamento antibiotico - così Salmanoff - ristabilire la circolazione dei capillari (...) disgregherà come l'acqua del fiume disgrega le immondizie che si gettano nella sua corrente". (46)

Il fatto che la terapeutica ha dimenticato il problema dell'autoguarigione naturale, ha determinato una visione falsa da cui sono scaturiti dei fisiologi castrati, gonfi di dettagli, ma incapaci di inquadrarli nella grandiosa prospettiva della vita.

L'insegnamento clinico - incalza Salmanoff -, dominato dalla specializzazione ad oltranza, imbottisce la mente con numerosi tests ematochimici, biopsie di organi isolati, indagini fisiche e radiografiche, ecc.; non si parla mai, però, di autoguarigione naturale.

L'esito scontato di un simile stato di cose è la terapia chimica che, provocando infinite malattie medicamentose, indebolisce la resistenza degli individui.

Per aiutare l'organismo fattivamente e durevolmente bisogna, al contrario, favorire e potenziare le sue capacità di reazione, ristabilendo l'equilibrio circolatorio di tutti i liquidi intra ed extravascolari mediante una terapia semplice ed innocua.

L'idroterapia in tutte le sue varianti (temperatura, soluti, tempo), supportate da un regime dietetico di disintossicazione, per la sua azione sui capillari può rappresentare l'arma principale dell'arsenale terapeutico del futuro nei confronti di ogni tipo di malattia.

Semplicità ed efficacia dunque sono i requisiti essenziali di una terapeutica saggia e rispettosa dei sottili equilibri del corpo.

Per diventare tale, la medicina deve diventare, a parere del medico russo, modesta, libera da sovrastrutture e da ogni presunzione scientifica radicata solo in ciò che è misurabile.

"Noi otteniamo notevoli risultati - ribadisce - curando da modesti giardinieri i duecento ettari affidati alla nostra arte (l'estensione dei capillari), ricostruendo il bilancio energetico, e migliorando il terreno regolandone l'irrigazione, l’aerazione e il drenaggio. (47)

Ed ancora: "La parte più importante della terapia, deve essere indirizzata ai grandi meccanismi vitali". (48)

Volendo in conclusione tratteggiare la figura di Salmanoff, si può ben dire che la sua opera si muove in una direzione con una doppia valenza: da una parte un richiamo fortemente anticonformistico, intollerante nei confronti di ogni sovrastruttura specifica; dall'altra un potente richiamo ai semplici e ineludibili principi sulla vita e sulla salute.

Nella ragion d'essere di una posizione è implicita anche l'altra; l'unico mezzo cioè, per individuare e uscir fuori dalle aberrazioni e dalle storture della medicina, è quello di ricondursi ai canoni della natura.

Il messaggio che scaturisce, dunque, è una esortazione alla semplicità e alla chiarezza della terapeutica, funzione oggi, nelle sue varianti più o meno complesse, dei sistemi e dei cervelli più o meno contorti che la producono.

L'idroterapia di Salmanoff, allora, fondata su una concezione ad ampio respiro dell'individuo malato, rappresenta non solo un modo di curare, ma un indirizzo teorico mirato ai piani profondi del corpo umano, laddove risiedono le scaturigini di ogni patologia.

Considerare, analizzare, studiare tutto quello che sta al di sopra, benché nei minimi dettagli, senza tenere conto del radicamento nel "profondo", può portare solo a concezioni superficiali, degenerate e quindi estremamente pericolose per la salute della comunità.

Prudenza, modestia, perspicuità e concretezza sono le parole d'ordine del medico russo, secondo il quale la terapeutica non può fondarsi su una ricerca di equilibri meramente meccanici, ma sul senso della vita, la sola chiave di lettura delle funzioni del corpo umano.

NOTE

1) I.Illich, "Nemesi medica" Red edizioni Como 1991, p.12

2) ibidem

3) A. Salmanoff, "Segreti e saggezza del corpo" ed. Bompiani Milano 1963, p. 29

4) ibidem

5) "La sofferenza, le disfunzioni, l'invalidità e l'angoscia conseguenti all'intervento della tecnica medica, rivaleggiano ormai con la morbosità provocata dal traffico, dagli infortuni sul lavoro (...) fanno della medicina una delle epidemie più dilaganti del nostro tempo." , I.Illich, cit., p.27

6) A.Salmanoff, cit., p. 76

7) C.T Stewart Jr., in I Illich, cit., p.37

8) ivi, p.24

9) ivi, p.91

10) ivi, p.243

11) H.G.Gadamer, "Dove si nasconde la salute", ed. Cortina Milano 1994, p.XV

12) ivi, p.50

13) B.Mandeville, "Trattato sull'ipocondria", Londra 1730, p.409

14) "La prescrizione dà lustro e apparente razionalità all'idea che il progresso consista nel procurarsi una via d'uscita da ogni cosa compresa la realtà." I Illich, cit., p.111

15) "Fra i crimini che si commettono per vie istituzionali, solo l'odierna malnutrizione fa più vittime della malattia iatrogena nelle sue varie manifestazioni." ivi, p.27

16) V.Von Weiszäcker, "Filosofia della medicina", ed. Guerini Milano 1990, p. 86

17) H.G.Gadamer, cit., p.XX

18) S.Spinsanti, "Guarire tutto l'uomo", ed. Paoline Torino 1988 p.14

19) ivi, p.50

20) I.Illich, cit., p.235

21) "Il vero miracolo della medicina moderna è di natura diabolica. Consiste nel far sopravvivere (...) intere popolazioni a livelli di salute disumanamente bassi. I.Illich, cit., p. 275

22) ivi, p.213

23) H.G.Gadamer, cit., p.116

24) I.Illich, cit.,p.225

25) H.G.Gadamer, cit., p.168

26) S.Spinsanti, cit., p. 104

27) "Sono l'abitudine, l'interesse o l'ignoranza i responsabili della "cospirazione del silenzio" che si oppone alla diffusione di risultati peraltro inconfutabili, la cui applicazione potrebbe permettere di "risparmiare vite umane e denaro". A. Cochrane "L'inflazione medica", Feltrinelli Milano 1978, p. 121

28) A.Cochrane, cit., pp. 57-58

29) ivi, p. 55

30) ivi, p. 87-88

31) ivi, p. 93

32) I.Illich, cit, p.229

33) ivi, p.61

34) ivi, p.23

35) ivi, p.26

36) ibidem

37) ivi, p.84

38) ivi, p.52

39) "I pianificatori della sanità e gli economisti dell'assistenza non immaginarono mai che il campo delle cure mediche si sarebbe allargato indefinitamente (...) "Non ci si aspettava che presto, in un'indagine regionale, solo 67 persone su mille sarebbero risultate perfettamente sane " ivi, p.223

40) ivi, p.226

41) S.Spinsanti, cit., p.31

42) V.V.Weiszäcker, cit., p.48

43) H.G.Gadamer, cit., p.118

44) ivi, p.123

45) ivi, p.116

46) A.Salmanoff, cit., p.117

47) ivi, p.180

48) ivi, p.261

 

CAPITOLO II

EPISTEMOLOGIA E MEDICINA

Introduzione

Gli autori considerati, rappresentanti solo una piccola parte fra coloro che non condividono l'impostazione teorico pratica della medicina ufficiale, sono la testimonianza di una condizione di inadeguatezza dell'attuale pensiero medico.

Come conseguenza, negli ultimi anni si è assistito ad un fiorire dell'interesse teoretico della medicina, stimolato da un'esigenza critica tesa ad individuare non solo le possibilità, ma anche i limiti entro i quali potesse progredire.

In un'epoca come l'attuale che vede l'accrescersi continuo della conoscenza scientifica, accrescimento che avviene in misura tale da rendere impossibile poterne seguire gli sviluppi anche nel settore delle singole specialità, lo scienziato sente il bisogno di tornare a meditare sulle vie e sui metodi della scienza, e soprattutto sui propri schemi concettuali, in quanto sono questi fatti che condizionano, inconsapevolmente o meno, ma in maniera determinante ed irreversibile, la sua "disponibilità" ed attitudine alla ricerca.

A prima vista, si potrebbe pensare che la medicina, essendo una scienza applicativa, ha essenzialmente bisogno di progressi tecnologici.

Questo non è vero; dal momento che il sapere medico si è esteso in maniera impensabile proprio sotto il profilo tecnologico, da più parti ormai è stata avvertita la necessità di riconsiderarne i fondamenti epistemologici, ritenuti indispensabili per una corretta impostazione del suo operare.

Il bisogno più urgente appare quello di riconoscere quale sia la logica "interna" nell'ambito dell'interpretazione non del singolo fenomeno, ma di tutta la natura della medicina e delle scienze sperimentali, studio che si identifica - come dice il Poli (1) - "in quello delle caratteristiche formali con cui si attua l'interpretazione scientifica", e che denuncia " lo hiatus che esiste tra il livello della scienza ignara della sua logica e quello della logica avulsa dalla scienza".

Se lo scienziato - è il parere di F. Bonora (2) - non conoscerà la logica delle proprie scoperte, se non sarà consapevole della metodologia da lui adoperata, se non avrà in breve una visione "filosofica" del proprio modo di fare scienza, non saprà ragionare, indagare la natura, né cogliere il "fatto sensazionale che il caso gli presenta".

Nella medicina attuale poi, è il pensiero di vari studiosi, non pochi mali e squilibri dipendono da cause intrinseche alla medicina stessa, e in particolare proprio dalla mancanza di un coerente insieme di principi direttivi.

Il medico oggi - afferma C. Scandellari -, non avendo alcuna esplicita formazione epistemologica e metodologica, non ha chiaro nemmeno il concetto di scientificità e, pur professando una scienza applicata, non sa riconoscere i caratteri che permettono di distinguere un discorso scientifico da un discorso non scientifico(3).

Nella gravissima crisi culturale del mondo medico (4), perciò, c'è bisogno di principi sui quali fondare quelle conquiste e quelle acquisizioni che si succedono così copiose e in tempi così rapidi, in un piano così irto, dovuto per di più alla complessità dell'oggetto della ricerca, nonché alla difficoltà di realizzare nel vivente esperienze significative e quantificabili.

E' evidente così che, nonostante gli indubbi progressi, il problema della ricerca medica non può essere risolto con una mera applicazione delle tecniche e delle leggi chimiche e fisico-chimiche.

Non è sufficiente il solo atteggiamento analitico che considera esaurito il proprio compito quando ha "spiegato" un fenomeno dal punto di vista molecolare ed energetico; è necessaria, oltre a questo, una visione sintetica che, nascendo dalla constatazione che l'organismo è qualcosa di più della somma delle sue parti, affronti quei problemi che sorgono ad un elevato livello di organizzazione.

Medicina e Scienza

Nelle scienze del mondo inorganico, dopo la rivoluzione scientifica operata da Copernico e quella metodologica promossa da Bacone e Galileo, la concezione dell'universo cambiò radicalmente e definitivamente: il mondo venne infatti concepito da allora come una grande macchina scomponibile ed analizzabile senza limitazioni, e lo studio di questa macchina venne liberato da ogni implicazione metafisica.

In medicina invece le cose andarono in modo molto differente poiché gli studiosi non si rassegnarono facilmente a considerare, anche per sola convenzione metodologica, l'uomo come un essere vivente uguale agli altri, nel quale si realizzavano le stesse leggi chimico-fisiche riscontrabili nel restante mondo inorganico.

La difficoltà a un riconoscimento scientifico permase a lungo, tanto che ancora nella seconda metà dell'ottocento Claude Bernard scriveva: "Nel suo stato attuale la medicina non è affatto una scienza. Essa è allo stato empirico. Ma la medicina deve diventare una scienza"(5).

Nell'opera del fisiologo francese, è facile rilevare, la lotta contro i dogmi ed i grandi sistemi sta in primo piano e dalle sue pagine emerge chiaramente la convinzione che la sconfitta della medicina razionale e dogmatica coinciderà con la nascita della medicina sperimentale, cioè della medicina scientifica.

Con l'opera metodologica e fisiologica di Bernard tutta la medicina prende un nuovo corso: essa cessa di essere una scienza preminentemente descrittiva e si pone sullo stesso piano - almeno per quanto riguarda l'atteggiamento metodologico di fondo - delle scienze chimico-fisiche.

Il medico cessa di contemplare la natura nelle corsie dell'ospedale e, nelle vesti di fisiopatologo, entra nel laboratorio, intervenendo attivamente sulla natura per riprodurre i fenomeni, per modificarli, per osservarne le conseguenze.

Dopo il suo insegnamento l'evoluzione del pensiero medico assume un cambiamento di prospettiva radicale e si fa più veloce: i grandi sistemi vengono rifiutati, la sperimentazione diviene sistematica, la controllabilità delle teorie assurge a canone metodologico universale.

Le malattie vengono studiate non solo in funzione descrittiva, ma fondamentalmente entra a far parte a pieno diritto, della patologia, il concetto di causalità che si manifesta in un'alterazione dei fenomeni biochimici o fisiologici dell'organismo.

"La scienza -afferma G.Simpson (6)- per essere veramente tale deve imperniarsi non solo su descrizioni o nomi, ma su principi, cioè su generalizzazioni a proposito dei fatti e tra i fatti stessi" , nel tentativo di identificare nel grande mare degli oggetti e dei fenomeni che ci circondano, delle relazioni costanti da cui risalire alle leggi che li governano.

In medicina, dopo Bernard , si può dire che un simile traguardo sia stato raggiunto e che, pur se in una fase meno avanzata delle discipline inorganiche, oggi si è di fronte a una disciplina scientifica?

Le osservazioni cliniche e morfologiche accumulate nei secoli, ci si domanda inoltre, si sono integrate totalmente con le acquisizioni provenienti dal metodo sperimentale o il processo può ritenersi non ancora compiuto?

Secondo G.Federspil il pensiero medico non è così sviluppato da sostituire completamente la classificazione per" sede" e per "natura" con una classificazione "per cause".

Pertanto il pensiero causale e deterministico, insufficiente a sostenere integralmente una nuova nosologia, si introduce in quella esistente sostituendo ovunque possibile i vecchi criteri.

Senza dubbio, c'è da aggiungere, nell'ultimo mezzo secolo l'impalcatura teorica della medicina è diventata estremamente complessa e la sua base osservativa si è modificata ampliandosi e differenziandosi enormemente, tanto da presentare nelle sue parti notevoli difformità rispetto a un presunto ideale scientifico normativo.

Se da un lato, infatti, la medicina sperimentale (e con essa la fisiologia) può essere considerata una scienza nomotetica, la medicina clinica non si preoccupa di giungere a formulare leggi o teorie, cioè asserzioni di carattere universale; essa si limita a "spiegare" fatti singolari alla luce di teorie e pertanto essa rientra nel novero delle scienze storiche, costituendo, secondo una nota della scuola costituzionalista, una scienza dell'individuale.

Per questa sua particolare natura, la clinica non costituisce una scienza nel senso comune del termine; in altre parole, essa non si presenta come un sapere codificato, ben identificabile nel tempo, ma piuttosto come un operare che si attua ovunque un medico avvicini un malato seguendo determinate regole metodologiche.

Senza negare peraltro che il sapere medico nasce anche dalla clinica, dallo studio analitico cioè dei singoli malati, esso, non appena diviene codificato - cioè classificazione, legge, teoria, in una parola scienza -, cessa di essere" clinica" e diviene radiologia, fisiopatologia, anatomia patologica, farmacologia ecc..

In altre parole l'attività clinica e lo studio clinico non sono rivolti, per sé, a mettere in luce i meccanismi dei processi morbosi, né a descrivere la storia naturale della malattia, ma mirano a mostrare come i meccanismi già noti si realizzano in un certo paziente e quanto il decorso di una malattia si avvicini al suo decorso paradigmatico.

Al medico - afferma M. Austoni (7) - il fine conoscitivo interessa solo perché deve giungere ad una scelta, nella necessità di operare presto e bene: a lui quindi non importa di avere presente come sia originata una scelta; egli lo dà per scontato e procede oltre, cercando di acquisire tutti i dati necessari.

Identificata quindi la clinica con il procedimento che si applica di fronte al malato, è necessario valutare quanto questo procedimento sia "oggettivo" nel suo attuale esplicarsi e quanto possa esserlo in via di principio.

Certamente la clinica, anche se non ha un suo proprio contenuto, ha una sua metodologia, anzi proprio in questa si può riconoscere la sua identità più vera; essa difatti, pur non consistendo in un insieme di nozioni, si basa su nozioni derivate da altri campi che cerca di utilizzare per operare correttamente al letto del malato.

Ed è proprio in questo controverso rapporto tra le discipline pure e quelle applicate, tra medicina sperimentale e medicina clinica, che risiede il maggior ostacolo ad una codificazione globale della materia medica.

Sorge allora la questione se sia possibile identificare la medicina come disciplina singola o come insieme unitario di discipline.

In effetti, sotto il nome di "Medicina" vengono oggi abitualmente comprese una serie di conoscenze teoriche e di tecniche operative che appartengono a quel più grande campo scientifico che è la Biologia.

Molte delle discipline che costituiscono il curriculum degli studi medici, come la genetica o la biochimica o la fisiologia, non hanno immediate connessioni con lo studio e con la cura delle malattie ed appaiono come discipline biologiche a tutti gli effetti.

Questa situazione fa sorgere un quesito di notevole importanza: la medicina nel suo complesso si risolve completamente nella biologia?

Essa non è niente altro che una scienza biologica o un aggregato di scienze biologiche, oppure possiede qualche carattere specifico che permette di distinguere le discipline biomediche da quelle biologiche pure?

Ora, la distinzione fra scienze biologiche pure e scienze biomediche appare estremamente difficile e non può essere compiuta sulla base di considerazioni metodologiche; infatti dal punto di vista del metodo non c'è modo di stabilire se una certa ipotesi o un determinato risultato fattuale (ad es. la teoria della regolazione della pressione, o la secrezione di un certo ormone) appartengono di diritto alla biologia o alla medicina.

In ambedue i casi uguale è il procedimento attraverso il quale quella ipotesi o quel risultato sono stati ottenuti, ed uguali sono l'obiettività ed il rigore a cui si è giunti.

Inoltre nessuna distinzione è possibile sulla base dell'oggetto di studio; infatti sia le scienze biologiche pure sia le scienze mediche sono rivolte a studiare gli esseri viventi nel loro complesso ed appare un'impresa disperata lo stabilire se una certa struttura o una funzione costituisce specifico oggetto di studio della biologia o della medicina.

Allora appare lecito chiedersi: le scienze biologiche pure differiscono da quelle biomediche? ed eventualmente, in che cosa?

In altre parole come è possibile accertare se una certa conoscenza appartiene alle prime o alle seconde?

Sul piano metodologico tali domande sono destinate a non ottenere risposta. Tuttavia una risposta diventa possibile se si pone attenzione alla differenza esistente tra scienze pure e scienze applicate.

Infatti mentre le varie scienze empiriche si distinguono fra loro per l'oggetto di studio, le scienze applicate si distinguono sia per l'oggetto sia per il fine.

In altre parole, poiché l'oggetto di studio - l'organismo vivente - è il medesimo, solo il fine a cui la medicina tende, cioè il mantenimento o il recupero della salute, permette di identificare razionalmente l'ambito di questa disciplina da quello della biologia pura.

E' questo il carattere distintivo della clinica che, a differenza delle discipline pure e quindi scientificamente rigorose, deve incorporare in sé, come fondamentali della propria natura, dei valori primari come il "valore salute" in primis e poi il valore "buona funzionalità" o "assenza del dolore" o altri, senza i quali non sarebbe neppure possibile iniziare un discorso medico scientifico.

E' questo il carattere che contraddistingue un ricercatore che si indirizzi prevalentemente alle leggi e alle teorie, oppure al "riconoscimento" (8) dei fatti sui quali sia poi possibile fare delle previsioni ed eventualmente agire in senso terapeutico.

Nel primo caso ci troviamo di fronte al fisiologo, al

fisiopatologo, al patologo speciale, al farmacologo, la cui posizione è tesa ad accertare le condizioni che permettono al fenomeno di verificarsi, ma è meno impegnata a trovare analogie fra i fenomeni per ottenere una visione unitaria; nel secondo caso si ha a che fare con chi segue una storia clinica, certi fatti obiettivi, con un decorso e una prognosi.

Il clinico, in effetti, secondo il parere di Federspil, non può stare sullo stesso piano del ricercatore puro, non si pone fini di ricerca, ma si rapporta all'individualità del proprio paziente e ragiona soltanto allo scopo di spiegare tutta la fenomenologia per poter effettuare una terapia adeguata a quella situazione specifica.(9)

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