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H. P. LOVECRAFT E LE PORTE DELL'ABISSO

 

La vita di Howard Phillips Lovecraft (1890-1937) fu tutta all’insegna di un’immaginazione sfrenata che, esasperata dall’odio verso l’esistenza banale di quel vivere che ignora, per fortuna, una realtà terribile, finì col trovare le porte segrete che si aprono su mondi di orrore dove: <<mostri nati vivi si occultano nel sottosuolo e si moltiplicano, dando luogo a una stirpe d'ignoti demoni>> (H.P.L., Commonplace Book, d. 1919). In fondo si può benissimo considerare Lovecraft come un romantico, che disprezzava il mondo reale e la banalità e futilità della vita umana. In una lettera, del 13 maggio 1923, a Frank Belknap Long, scrisse: <<Io sono uno che odia l’attuale, un nemico dello spazio e del tempo, della legge e della necessità. Bramo un mondo di misteri fastosi e giganteschi, di splendore e terrore, in cui non regni alcuna limitazione, tranne quella dell’immaginazione più sfrenata>>. L’immaginazione, in fondo, è quella visione reale, ben conosciuta dall’Iniziato, che conduce <<nel campo interiore senza luce, dove risiede quell’utero inafferrabile della creazione umana>> (Ugo Danilo Cisaria, Dizionario dei termini ermetici dall’Opera Omnia di Giuliano Kremmerz, Roma 1984). L’immaginazione ha un ruolo preminente in tutta l’opera di Lovecraft.

Gli dèi di Lovecraft sono tutti demoni di una religione abissale del caos, che lui scorge dietro le porte sigillate della percezione che gli si spalancano innanzi agli occhi. Là, la materia eterna degli dèi è invischiante, è terrore sacro, non concede salvezza ma fagocita nell’Abisso. Le divinità sono risvegliate dalle sue narrazioni-litanie, che sono un cordone ombelicale che si estende nelle voragini proibite di quella stirpe diabolica. Quello di Lovecraft è un universo senza alcun ordine e senza salvezza per l’umanità. Sebastiano Fusco, nell’introduzione al bel volume "Il Vento delle Stelle", da lui curato e tradotto, comprendente scritti inediti di Lovecraft, scrive: <<Baratri vertiginosi, da cui sortiscono terrori e meraviglie, dèi e mostri, incubi e visioni, dèmoni e archètipi. Inutilmente si cerca di attingere il fondo della voragine: l’immane spaccatura s’affonda nelle viscere del nostro inconscio, e quindi non conosce fine>>. Lì si trova tutto ciò che trascende l’individuale. E’ paradiso e inferno allo stesso tempo. Il poeta premio Nobel e occultista Yeats, nella sua autobiografia, annotò: <<Ora so che la rivelazione viene dall’Io, ma da quell’Io che conserva i ricordi di lunghe epoche… e che il genio è una crisi che per qualche momento congiunge quell’Io sepolto alla nostra banale mente quotidiana>>.

La realtà, che si presenta davanti al solitario di Providence, è, a dir poco, agghiacciante, così terribile che Lovecraft arriva a convincersi che l’ignoranza è la salvezza del genere umano. Egli scrive in un suo racconto: <<Penso che il destino degli uomini sarebbe ancora più crudele di quanto sia già, se la nostra mente non fosse incapace di mettere in rapporto tra loro, tutte le cose che avvengono in questo mondo. La nostra vita si svolge in una placida isola di ignoranza, circondata dagli oscuri mari dell’infinito, e non credo che ci convenga spingerci troppo lontano da essa>> (Il richiamo di Cthulhu, 1926). E’ tutto un Cosmo dominato dal caos, un mare di tenebre senza fine, che minaccia di travolgere ogni cosa fino a cancellare tutto. <<Fra pochi milioni di anni non vi sarà più alcuna razza umana>>. Così scrive, nel 1918, a Reinhardt Kleiner.

Quali porte varcò H. P. Lovecraft? Da dove ha origine il suo apocalittico universo? E come spiegare le notevoli affinità delle storie dello scrittore di Providence col Culto di Crowley? Kenneth Grant osserva: <<Lovecraft non conosceva né il nome né le opere di Crowley, tuttavia alcune delle sue fantasie rispecchiano, sia pure in modo distorto, i temi salienti del Culto di Crowley…>>. Seguono alcuni esempi tratti dal libro di K. Grant, Il risveglio della magia, (Roma 1973). Nel sistema di Crowley come nelle narrazioni di Lovecraft si parla di divinità denominate <<Grandi Antichi>>. Lo scrittore descrive un regno che chiama <<deserto gelato>> è <<Kadath>> mentre Crowley parla di un <<freddo deserto chiamato Hadith>>. Lovecraft narra di <<Colui che è senza volto (il dio Nyarlathotep)>> e Crowley di <<Colui che è senza testa…>>. Lovecraft racconta di una <<La Stella a cinque punte incisa sulla pietra grigia>> e nel Culto di Crowley troviamo: <<La Stella di Nuit, a cinque punte con il cerchio nel mezzo (il grigio è il colore di Saturno, la Grande Madre di cui Nuit è una forma)>> Ecc.

Grant asserisce che Lovecraft può essere compreso soltanto in un contesto misterico. Serge Hutin si dice convinto che: <<la descrizione di certi rituali magici effettuata da Lovecraft sono il resoconto di esperienze realmente vissute>> (Gianfranco de Turris e Sebastiano Fusco, L’ultimo demiurgo e altri saggi lovecraftiani, Chieti 1989). Benché suggestiva tale ipotesi, è decisamente da accantonare. De Turris e Fusco, ce ne spiegano il motivo: <<A nostro parere la prova che Lovecraft non era un vero e proprio iniziato nel senso effettivo del termine (cioè, non aveva cominciato e superato la regolare trafila di contatti con un individuo o un gruppo in grado di trasmettergli una qualsiasi iniziazione tradizionale) si ritrova nella sua stessa opera letteraria. In definitiva, non crediamo che Lovecraft abbia mai avuto contatti con una associazione tradizionale di qualsiasi genere, in grado di trasmettergli un reale insegnamento iniziatico sul piano operativo>> (Ibidem).

Eppure, è anche vero che Lovecraft ha lasciato resoconti estremamente interessanti nei suoi scritti, che sembrano attestare profonde conoscenze esoteriche. Da dove traeva questo sapere? Dai suoi sogni? E’ possibile anche che le sue narrazioni nascessero dall’esperienza di bilocazioni spontanee, veri e propri viaggi astrali, una sorta di "Grand Jeu" che il nostro solitario esploratore effettuava durante il sonno visitando mondi ignoti. L’ipotesi non è peregrina. De Turris e Fusco scrivono: <<…si può rilevare un’impressionante coincidenza tra i sogni di Lovecraft e le visioni risultato di un’esperienza tipica dell’addestramento occulto secondo determinate scuole molto diffuse in Occidente: vale a dire l’esperienza del cosiddetto viaggio astrale>> (Ibidem). In questo caso lo scrittore era, naturalmente, portato a un certo tipo di esperienze e certamente la sua psicologia era di tipo molto particolare.

La fantasia è indispensabile per questo tipo di esplorazioni. Julius Evola spiega: <<Chiunque sogna dimostra, in via di principio, di possedere facoltà di immaginare e visualizzare>> e chiarisce: <<L’importanza dell’immaginazione sta nel fatto del suo essere lo strumento per spostarsi sul piano sottile…>> (J. Evola, Lo Yoga della potenza, Roma 1968). E una spiccata e acutissima fantasia in Lovecraft è indubitabile. Ma come questo potere, latente in ogni individuo, si manifestò improvvisamente in Lovecraft? Quali elementi psicologici e sotto quali spinte stimolarono così potentemente questa misteriosa facoltà? E’ necessario, a questo punto, studiare il personaggio più approfonditamente, dal punto di vista psicologico, per cercare di comprenderlo appieno e di decifrare il suo complesso ed enigmatico mondo interiore.

Vi sono individui che posseggono certe capacità in alto grado. Lo studioso francese René Sudre (1880-1968), direttore della "Revue Métapsychique" avverte che la facoltà paranormale <<...non dipende né dal sesso né dal grado di intelligenza, né, tanto meno, dall'età ma la si nota più spesso nei sonnambuli, negli isterici, negli ipnotici e in genere nei soggetti psicotici. ... è congenita, ma pare che possa anche essere acquisita accidentalmente. Un trauma, uno choc morale, i mutamenti fisiologici della pubertà e della menopausa possono provocarla o favorirla. Eusapia Palladino ebbe l'osso parietale mezzo sfondato all'età di un anno; a otto anni vide suo padre sgozzato dai briganti. La signora Piper diventò soggetto in seguito a uno spavento subìto e a due operazioni chirurgiche>> (R. Sudre, Trattato di Parapsicologia, Astrolabio, Roma 1966). Uno studio approfondito sulle caratteristiche psicologiche della personalità di Lovecraft non mi risulta che sia stato mai approntato. Lo si può tentare ora.

Vanno cercate nella sua vita date segnate da avvenimenti particolari, traumatizzanti o di grande sofferenza psicologica. Nel 1893 il padre dello scrittore, Winfield Scott Lovecraft, subisce un improvviso attacco di follia e, in seguito, anche di paralisi. Viene ricoverato al Butler Hospital di Providence. Il padre non si rimetterà più e morirà in manicomio nel 1898. Lovecraft ha solo 8 anni, è ancora un bambino e questa brusca perdita della figura paterna assieme alla disperazione della madre non possono non aver inciso sulla sua psiche. La madre assume, lentamente, un atteggiamento iperprotettivo morboso che raggiunge il culmine quando comincia a imbottire e smussare gli angoli dei mobili per paura che Howard Phillips, che ora ha 10 anni, si possa far male. Il ragazzo, nel frattempo, cresceva nervoso, delicato, soffocato dalle eccessive premure materne. Si rifugia nella grande biblioteca della casa dei nonni e si perde in lunghe letture e altrettanto lunghi silenzi sempre in uno stato di <<stanchezza e letargia morale>>. Isolato dal mondo vive totalmente immerso nella sua fantasia mentre compone i suoi primi lavori.

Alla morte del nonno materno, Whipple Van Phillips (1833-1904), che aveva sostituito la figura paterna, Lovecraft deve fare ancora una volta i conti con un destino avverso. Nel 1905 la caduta da un’impalcatura gli produce una ferita alla testa con, forse, un trauma cranico. L’episodio colpisce Lovecraft che ne parlerà come di un <<infermità>> nel suo epistolario. Nello stesso anno un esaurimento nervoso lo travolge con inaudita violenza obbligandolo a ritirarsi dalla scuola. Da quest’anno in poi, per tutta la vita, sarà tormentato da terribili mal di testa. Possono essere stati questi accadimenti, sommati alla perdita del padre, ad aver innescato certe facoltà proprio come sosteneva René Sudre: <<Un trauma, uno choc morale…>> alla base dell’attivazione di strani poteri. Nel 1911 un rovescio economico travolse madre e figlio. Lovecraft per tutta la vita non uscirà più da una povertà angustiante. La madre inizierà da allora a peggiorare mentalmente e nel 1919 viene ricoverata nello stesso manicomio dove era morto il marito e anche lei non ne uscirà più.

Prove tremende segnarono la vita dello scrittore, lo spinsero sempre di più a concepire una natura malvagia e distruttiva, celata dietro un mondo futile e banale popolato da una grande moltitudine di persone banali. Anche il suo matrimonio con Sonia Haft Greene, celebrato il 3 marzo del 1924, finì col naufragare dopo appena due anni. La sua salute psichica e fisica era sempre molto fragile, i più piccoli sforzi, da giovane, lo prostravano: <<persino lo sforzo di sollevarmi a sedere è insopportabile>>. Aveva assunto le caratteristiche di un morto vivente: <<Io sono vivo solo per metà… gran parte della mia forza la consumo sollevandomi a sedere o camminando. Il mio sistema nervoso è un rottame, e sono assolutamente annoiato e indifferente, tranne quando trovo qualcosa che m’interessa particolarmente>>. Era l’unica possibilità che aveva di fuggire dal mondo che lo circondava, dalle illusioni di una vita banale e dalle ferite ancora sanguinanti che gli aveva inferto il destino, ciò che lo manteneva in vita. Insomma doveva ad ogni costo sottrarsi alla squallida e falsa realtà quotidiana e nello stesso tempo vendicarsene.

In una lettera del 30 ottobre 1929 esprime perfettamente questo stato d’animo: <<Non sono l’unico a vedere un problema veramente grave per l’esteta sensibile che vorrebbe restare vivo tra le rovine della civiltà tradizionale. Infatti un atteggiamento di allarme, dolore, disgusto, rifiuto e strategia difensiva è così generale, virtualmente, fra tutti gli uomini moderni dotati d’interessi creativi, che talvolta provo la tentazione di tacere, per timore che il mio sentimento personale possa venire scambiato per imitazione ostentata! Dio, guarda l’elenco… Ralph Adams Cram, Joseph Wood Krutch, James Truslow Adamas, Jhon Crow Random, T.S. Eliot, Aldous Huxley, ecc… Ognuno ha un diverso piano di evasione, eppure ognuno vuole evadere dalla stessa cosa…>> da un mondo banale e allo stesso tempo pericoloso. E’ il lamento di un segregato in una società che disprezza, dove gli uomini consumano i loro giorni sempre affaccendati a ripetere le stesse cose, come i pesciolini rossi di un acquario. Così gli appare la quotidianità.

E poi lo soffoca la piccola e angusta Providence, troppo stretta per lui ma che non riuscirà mai ad abbandonare. E’ legato mortalmente da un doppio legame di odio-amore a quel luogo dove: <<Non succede mai niente! E’ per questo, forse, che la mia fantasia spesso si avventura ad esplorare mondi strani e terribili… La mia vita quotidiana è una specie di letargo sprezzante, privo di virtù e di vizi. Non appartengo al mondo, ma ne sono uno spettatore divertito, talvolta disgustato. Detesto la razza umana e le sue pretese… per me la vita è una delle belle arti… sebbene io creda che l’universo sia un caos automatico, insignificante, privo di valori supremi…>> (lettera del 3 febbraio 1924). Ecco cosa lo spinge all’evasione. Infelice e geniale si sentiva a disagio nel mondo che sentiva intollerabile e irreale, come fosse un sogno e, la maggior parte della gente, prigioniera di quell’illusione. Doveva scappare, ad ogni costo, aprirsi varchi al di là dei confini del mondo dell’attualità. L’immaginazione lo proiettava, allora, verso confini misteriosi. La notte, nel sonno, la sua anima, finalmente, si separava dal corpo e valicava quei confini ed esplorava nuovi e terribili mondi. Solo così riusciva a sopportare la pena della vita il solitario eploratore di Providence.

Poi negli ultimi 5 anni della sua vita, percepì che il flusso creativo si andava via via spegnendo. Non sentiva più le ebbrezze dei quei viaggi misteriosi. Forse ormai aveva deciso di recarsi stabilmente in uno di quei luoghi che visitava quasi ogni notte. Abbandonare per sempre le contingenze e le illusorietà di questo mondo futile e distruttivo. Agli amici diceva sempre con più insistenza che aveva smesso di scrivere. A marzo del 1937 gli viene diagnosticato un brutto male e alle sei del mattino del 15 muore. Dopotutto è vero che l’opera conclusa conclude. Così volava via quest’anima inquieta attraversando le stesse porte dell’abisso, come aveva fatto tutta la vita, ma questa volta per sempre.

 

 

Giuseppe Cosco

 

gcosco@columbus.it

 

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