In una seria valutazione del cammino della scienza, dunque, emerge tutta l'importanza dei concetti guida ad essa sottesi, responsabili di quell'impostazione di fondo sulla quale si intessono ogni studio e ogni ricerca.

Secondo S. Amsterdamsky (39), la storia della scienza, le sue tradizioni, le sue fonti, i suoi potenziali limiti sono sempre costituiti da un particolare ideale di scienza: quello accettato in un determinato tempo da un determinato gruppo di individui.

In questo ambito conoscitivo si verificano continuamente dei mutamenti che però non impediscono la presenza di alcuni concetti guida che permangono stabili eccezionalmente a lungo, in una continuità culturale tra molte generazioni e popoli nel corso dei secoli.

A differenza del concetto di paradigma , il concetto di ideale scientifico indica ciò che decide che i paradigmi di singole discipline possano essere ritenuti scientifici in un dato periodo.

Esso costituisce quel consensus omnium nel cui ambito è possibile la discussione razionale durante il passaggio da un paradigma di ricerca ad un altro; esprimendo appunto i limiti potenziali del fenomeno chiamato scienza, determina il modo in cui il sapere può essere collocato al suo interno, operando in tal modo una funzione di discriminazione nei confronti dei problemi e dei temi della ricerca.

Ciò significa che la logica della "situazione del problema" (40) designa solo quelle questioni che è possibile porre e determina le possibili direzioni di sviluppo della scienza.

In questo modo le regole metodologiche e i criteri ritenuti universalmente validi, discendono in realtà da un'assolutizzazione dell'ideale accettato, in cui si perde di vista, purtroppo, che esso non è eterno, né l'unico possibile, ma un fatto storico frutto di un determinato stadio dello sviluppo della cultura.

Per fare un esempio, all'ideale della Scolastica corrispondeva un metodo d'analisi in cui il valore conoscitivo era costituito dalla stabilità e non dal continuo mutamento, cosa invece riconosciuta oggi dal falsificazionismo che corrisponde all'ideale contemporaneo.

L'attuale epistemologia, però, anche se rappresenta un'evoluzione e un miglioramento del pensiero scientifico va problematizzata laddove, mostrando le proprie lacune, non ha risolto o non ha spiegato i problemi sorti o sopraggiunti dalla nascita della scienza moderna.

E' chiaro così che se qualsiasi metodologia ha il carattere della relatività, dobbiamo allora renderci conto del fatto che asserire la razionalità o l'irrazionalità di una procedura non è un giudizio descrittivo che si avvale di qualche proprietà immanente ad essa, ma un giudizio valutativo relativo all'ideale accettato.

L'epistemologia e la filosofia della scienza - è il pensiero dell'autore polacco - non rivelano la differenza fra razionalità e irrazionalità, ma la stabiliscono in modo convenzionale (relativo all'ideale accettato) e decidono quali procedure di ricerca siano razionali per la realizzazione di tale ideale.(41)

Ed è qui che si cela la "malaïse de la science":

da una parte la legittimazione degli obiettivi per i quali l'intelletto scientifico è usato sfugge alla giurisdizione scientifica, mentre d'altra parte la valutazione della razionalità dei metodi da esso applicati è relativizzata all'accettazione di tali obiettivi.(42)

"Il non vedere la relatività di questa valutazione, considerarla assoluta e metastorica, significa sottoscrivere l'abdicazione della scienza al suo diritto a decidere autonomamente dei propri obiettivi; tale diritto è ceduto ad altri, mentre la razionalità viene ridotta esclusivamente all'efficace realizzazione degli obiettivi. (...) è l'ordine tecnocratico a legittimare gli scopi, mentre la scienza può consolarsi solo della efficiente realizzazione degli stessi". (43).

E' necessario perciò mantenere una certa distanza dall'ideale scientifico accettato; il mancato straniamento dalla cultura in cui si vive e che si considera propria fa sì che le sue convenzioni siano considerate quasi naturali, mentre tutto ciò che non è ritenuto compatibile con esse è ritenuto una violazione dell'ordine naturale.

L'operazione da eseguire allora è quella di riconoscere che lo sviluppo della scienza e del suo metodo è condizionato non solo dalle immutabili regole delle scoperte scientifiche, ma anche da fattori psicologici, storici e sociologici; occorre in altre parole uscire dal contesto di legittimazione "perché esclude tutte le questioni riguardanti il cosiddetto contesto di scoperta", che rappresenta invece il dominio del sapere potenziale accessibile.

"...l'accettazione di questo punto di vista significherebbe (per l'epistemologia contemporanea, per il falsificazionismo di Popper) il venir meno della razionalità della scienza privandola della condizione di modello privilegiato di attività culturale valido per l'intera cultura".(44)

Emerge così la direzione antipopperiana in cui si muove il libro "Tra la storia e il metodo":

Il criticismo scientifico - è il pensiero di Amsterdamsky -, preposto a un complesso di norme metodologiche che si compongono della strategia della falsificazione, non è sufficiente nel cammino della scienza, non solo dal punto di vista squisitamente filosofico, ma anche laddove più specificamente si ponga il problema di scelta tra teorie scientifiche concorrenti.

La verifica di un'affermazione teorica, infatti, non può mai essere conclusiva, in quanto può essere confermata da constatazioni empiriche solo "in qualche misura".

Non si può mai sottoporre a verifica empirica una singola ipotesi, ma solo l'intero complesso.

Non essendo possibile allora decidere in modo conclusivo quali siano false, se le ipotesi o le premesse di fondo, ne consegue che impossibile è l'experimentum crucis, e con esso l'esaustività di una falsificazione conclusiva.

Tenendo conto alfine che:

- nessun frammento di conoscenza può essere confrontato in modo

conclusivo con l'esperimento, isolatamente dal complesso

della conoscenza

- non si può supporre che la conoscenza di fondo sia indubbia

- non è possibile, basandosi sulla metodologia, asserire in

modo generale quali modifiche alla conoscenza di fondo siano

ammissibili e quali no

per questi motivi - è il messaggio del libro di Amsterdamsky -, per spiegare il processo di sviluppo scientifico , è necessario oltrepassare le frontiere della riflessione metodologica attuale, incapace di fornire criteri di scelta conclusivi.

Paul Feyerabend

Nella stessa direzione del lavoro di Amsterdamsky si muove un altro autore estremamente critico e pungente nei confronti dell'epistemologia attuale, P. Feyerabend, il quale non si ferma solo a una denuncia dei suoi limiti, ma ne suggerisce il superamento tramite l'adozione di un comportamento scientifico che minimizzi la necessità di un metodo prestabilito e precostituito.

In quest'ottica il libro "Contro il metodo" prende posizione contro chiunque pretenda di imporre dei canoni e delle norme cui la scienza dovrebbe uniformarsi.

Per progredire, per esplorare il mondo che è un'entità in gran parte sconosciuta, essa al contrario ha bisogno della libertà più assoluta, non avendo da riconoscere nessun vincolo alla sua attività, né alcuna autorità sopra di sé, neppure la ragione.

Il progresso intellettuale, cioè, richiede che l'inventiva e la creatività non vengano inibite, ma possano manifestarsi e svilupparsi senza freni, pena la miope dominazione di un greve conformismo.

L'idea difatti di un metodo che contenga principi fermi, immutabili e assolutamente vincolanti come guida nell'attività scientifica, si imbatte in difficoltà insormontabili quando viene messa a confronto con i risultati della ricerca storica. (45)

E' plausibile allora solo un atteggiamento anarchico della conoscenza, l'unico capace di superare l'angustia ed il particolarismo del "metodo", contro il quale, in una metodologia pluralistica, il solo principio ammissibile è "qualsiasi cosa può andare bene".

Per supportare il suo pensiero Feyerabend trae come esempio l'opera di Galileo e della sua lotta a favore del copernicanesimo.

Egli dimostra che in tale fase cruciale della storia della scienza hanno avuto importanza capitale qualità non certo "genuinamente" scientifiche come la fantasia, l'astuzia, la retorica e la propaganda, e che la scienza non avrebbe potuto progredire se in varie circostanze la ragione non fosse stata ridotta al silenzio.

Esaminando dettagliatamente l’argomento della torre", di cui gli aristotelici si servirono per confutare il moto della terra, Feyerabend evidenzia la difficoltà di sostituire le vecchie interpretazioni naturali, strettamente connesse con sensazioni e osservazioni comuni e più facili da attuare, con altre interpretazioni basate su un linguaggio d'osservazione nuovo e altamente astratto.

Il merito di Galilei è principalmente quello di non essersi conformato alle idee dominanti ed agli insegnamenti del suo tempo, ed ancor più di essere stato in grado di non tenere conto delle contraddizioni e delle evidenze che almeno apparentemente confutavano il copernicanesimo.

Proprio la sua "irrazionalità", abbracciando spazi di realtà non fruibili entro i limiti della "ragione", è stato il presupposto dello sviluppo della scienza.

L'elogio a Galileo si tramuta così in una critica contro l'epistemologia contemporanea rea di conferire alla scienza odierna, coi suoi sistemi codificati, quel carattere di universalità che non le appartiene.

Occorre chiudere invece con la "chimera" che le regole "ingenue e semplicistiche" proposte dai metodologi, possano rendere ragione di quel "labirinto di interazioni" che offre la storia reale.

I canoni della razionalità scientifica, difatti, sono sempre criteri interni ad una determinata cosmologia proposta; non possono tramutarsi in pietre di paragone che giudichino ricerca o esperienze intellettuali dall’esterno".

Utilizzare allora dei criteri di demarcazione tra scienza e pseudoscienza, o tra "razionale" e "irrazionale", come pure ricostruire la storia della scienza sulla base di una metodologia prefissata è velleitario e improduttivo.

Al contrario le vere e fertili emittenti del progresso sono le incursioni ai confini del razionale e degli standard più accreditati, la cui violazione sistematica non fa altro che stimolare l'intelligenza a rimodellarli.

In una critica che investe in pieno i "valori di base" del programma popperiano, Feyerabend afferma:

"Qualsiasi caso storico consideriamo, vediamo che i principi del razionalismo critico (prendi sul serio le falsificazioni, aumenta il contenuto, elimina le ipotesi ad hoc, sii onesto -qualsiasi cosa significhi questa parola-) e a fortiori, i principi dell'empirismo logico (sii preciso, basa le tue teorie sulle misurazioni, elimina le idee confuse e non esprimibili in modo definito) danno un'immagine inadeguata dello sviluppo della scienza e possono incepparlo nel futuro".

La concezione popperiana, insomma, risulta insufficiente per il suo carattere rigido, schematico e irrealistico, e con essa i propri metodi di ricerca, da rimpiazzare e integrare con altri strumenti d'indagine concettuale.

Il primo suggerimento di Feyerabend allora è quello di procedere in modo controinduttivo, servendosi di ipotesi che contraddicano teorie ben confermate e risultati ben stabiliti.

Data una norma, per quanto necessaria e fondamentale essa sia, non solo la si ignori, ma si adotti il suo opposto analizzandone le conseguenze che spesso possono portare sia alla confutazione di una teoria che alla risistemazione e al riinquadramento dei fatti e dei risultati sperimentali noti.

Preziosa in quest'ottica, allora, può risultare l'introduzione delle ipotesi ad hoc, ritenute dall'autore di "Contro il metodo" assolutamente necessarie per la crescita del sapere.

La loro funzione è quella di difendere le teorie più giovani che non hanno acquisito il sostegno dei fatti, cioè non sono corroborate o perché non hanno completato la propria maturità concettuale, o proprio perché non esistono fatti che possano essere scoperti con gli strumenti a disposizione.

La condizione di coerenza inoltre, la quale richiede che nuove ipotesi siano in accordo con teorie accettate, risulta irragionevole, in quanto preserva la teoria anteriore invece che la migliore.

Le teorie in contraddizione con quelle affermate, al contrario, forniscono materiali di prova che non possono essere determinati in altro modo.

Se si considera, continua Feyerabend, la concordanza fra teorie e fatti, risulta chiaro che non è opportuno ricercarla a tutti i costi cercando di migliorare o adattare il più possibile una teoria.

Le discrepanze o le discordanze, infatti, non sono sempre per colpa della teoria, ma dei fatti stessi che sono costituiti e sono carichi delle ideologie anteriori.

Accettare teorie in accordo con i fatti e rifiutare quelle in contrasto con essi può essere un grave errore, proprio perché il conflitto fra teorie e fatti può essere il presupposto del progresso.

L'accanimento inoltre, è il tema di un'ulteriore denuncia, con cui vengono escluse posizioni, sia del presente sia del passato, non in linea con i crismi della razionalità, evidenzia tutta la ristrettezza mentale di chi fa scienza solo con i paraocchi.

Non c'è nessuna idea, per quanto antica e assurda, che non sia in grado di migliorare la nostra conoscenza; l'intera storia del pensiero, infatti, viene assorbita nella scienza e viene usata per migliorare ogni singola teoria.

"Alternative (feconde) - dunque - (...) possono essere prese dovunque si riesce a trovarne: da miti antichi e da pregiudizi moderni; dalle elucubrazioni di esperti e dalle fantasie di persone eccentriche". (46)

"...quella strana, antica e del tutto ridicola opinione pitagorica - rammenta Feyerabend - (che la Terra si muova), fu gettata nell'immondizia della storia".

Emerge così, dalla lettura del saggio di Feyerabend, una posizione di intransigenza contro qualsiasi vincolo e contro qualsiasi cristallizzazione mortifera del pensiero.

Il senso di ricchezza intellettuale che si sprigiona dalle sue pagine, non comparabile con nessun altro tipo di lavoro epistemologico, gli fa perdonare anche quei passaggi, come nel caso dell'incommensurabilità, dove il linguaggio diventa provocatorio ed eccessivamente fazioso. (47)

Nell'attacco contro l'epistemologia attuale, così, anche se in discussione viene messo il razionalismo critico, vengono coinvolti ad un tempo anche "i critici della teoria critica", rei di non offrire alcuna alternativa soddisfacente.

Nella fattispecie il bersaglio principale, cui nelle intenzioni dell'autore è rivolto il saggio, è Imre Lakatos, ritenuto è vero all'avanguardia nel panorama dei pensatori contemporanei, ma pur sempre irretito nelle spire di un sistema concettuale limitato.

Ebbene, questo vuol dimostrare Feyerabend: se Lakatos è il portavoce di una visione la più avanzata possibile, allora confutando lui non resta che andare obbligatoriamente al di là di ogni indice di riferimento proposto o proponibile nell'epistemologia attuale.

In effetti, sfogliando le pagine di "Contro il metodo", vengono riconosciuti a Lakatos non pochi spunti positivi, come ad esempio l'importanza della contraddizione come forza motrice nello sviluppo storico, oppure la flessibilità nella concettualizzazione delle proprie categorie.

Nell'insistere però su degli standard di valutazione e di discriminazione scientifica, troppo ancora egli concede "all'ortodossia popperiana" e con ciò riduce drasticamente la portata rivoluzionaria del suo modello.

La filosofia di Lakatos appare allora liberale solo perché è un anarchismo camuffato che in realtà si muove entro confini ben precisi fissati dagli standard. (48)

Il tentativo così di costruire una metodologia che non imponga ordini ma che in realtà fissi restrizioni alle attività concrete volte ad accrescere la conoscenza, non può che rientrare nell'alveo delle posizioni più conformistiche.

Per concludere, il messaggio che promana dal saggio di Feyerabend è un'esortazione alla libertà intellettuale più radicale, che non può permettersi di accantonare nessuna espressione del pensiero umano.

Ben venga l'approccio metodico, scientifico e razionale; non venga sottovalutata però l'essenzialità di altre visioni della realtà, come la magia, il mito, la religione, le convinzioni morali, la fede in teorie degenerate e obsolete, ecc., che restano a parere di Feyerabend le vere sorgenti (non quantificabili e non standardizzabili) del rinnovamento e del progresso.

Considerazioni critiche conclusive

Da quanto è stato svolto finora, pur ribadendo il giusto apprezzamento per il metodo ipotetico-deduttivo, nonché per la legittimità dell'inferenza induttiva, tuttavia non possono essere sottaciuti i limiti delle due metodologie, ampiamente dimostrati e comprovati, peraltro, dagli ultimi autori considerati.

La medicina, è chiaro, non può muoversi entro simili anguste prospettive, in quanto la sua opera si svolge principalmente in un ambito pratico, più ricco e produttivo delle varie sistematizzazioni teoretiche.

Le istanze infinite della vita, razionali, irrazionali, possibili, probabili o assurde, legate per di più agli invisibili fili del caso, possono essere comprese e trattate solo con la potenza della sensibilità, del fiuto, dell'immaginazione e dell'istinto, vale a dire con Arte; con la capacità, cioè, nel far fronte al particolarismo dell'individuo, di trovare la soluzione di volta in volta utile ed efficace.

In medicina dunque, appare chiaro, l'unica metodologia ammissibile è l'Anarchismo dove, con una "A" privativa che non sta per "niente" ma per "tutto", ha ragion d'essere solo l'infinita adattabilità e disponibilità mentale: Feyerabend insegna.

Qualsiasi metodo, allora, proposto o proponibile a chi è immerso nella polifonia della vita, verrà sempre visto come qualcosa di posticcio.

Ecco spiegata la naturale diffidenza del medico verso metodi e principi imposti.

Questa noncuranza, globalmente intesa, che spesso gli viene rimproverata, in realtà è un elemento di merito, che tradisce quella libertà e quella intelligenza non coercibili da nessuna pressione intellettuale.

Il risultato che deve scaturire, allora, nel completare una sufficiente analisi filosofica, teorica ed epistemologica, è di disvelare al medico il messaggio implicito, il monito che vi è sotteso: quello di essere coerente con se stesso.

Se appare allora connaturato e imprescindibile un atteggiamento anarchico, nella posizione di chi cura il prossimo, la sua valenza ha l'obbligo di esplicarsi non solo a livello professionale, ma specialmente nei confronti dell'apparato scientifico preposto alla costruzione del sapere medico e nei confronti dell'apparato istituzionale deputato alla sua gestione.

Solo spezzando le catene di una deferenza conformistica, sarà possibile raggiungere così, finalmente, lo scopo di curare degnamente l'individuo malato, nelle mani di chi ormai non può più essere ridotto alla dimensione di un docile e complice esecutore.

NOTE

1) Poli E., "Homo Sapiens. Metodologia della interpretazione naturalistica", Milano. 1972 p. 17

2) Bonora F., "Primi elementi di storia e filosofia della scienza Ist. di storia della medicina dell'Università di Roma 1981-1982 p. 220

3) Federspil G., "I fondamenti del metodo in medicina e clinica sperimentale. Padova 1980 p IX

4) Federspil G., ivi p. 6

5) ivi, p 22

6) Simpson G.G., "Evoluzione. Una visione del mondo" Firenze 1972 p. 17

7) V. Mathieu ed al., cit. p. 115

8) "In clinica non si tratta di conoscere, ma di riconoscere" Federspil G., cit. p.75

9) ivi, p. 199

10) ivi, p. 120

11) V.Mathieu ed al., cit. p. 84

12) Medawar P. B., Medicina nei secoli, 2, 1974 p. 189

13) Baldini M., Medicina nei secoli, 2, 1975 p. 203

14) Bonora F., cit. p. 196

15) Murri A., "Quattro lezioni e una perizia. Il problema del metodo in biologia e in medicina". Bologna 1972 p.57

16) Baldini M., Medicina nei secoli, 2, 1976 p. 424

17) Federspil G., cit. p. 45

18) Blandino G., "L'evidenza. I principi di verificabilità e di confutabilità. Il metodo scientifico clinico" Aquinas, 3, 1979, p.377

19) V. Mathieu ed al., cit. p. 120

20) Murri A., "Lezioni di clinica medica", Milano, 1908, p.602

21) Bernard C., "Introduzione alla medicina sperimentale" Milano 1973, p. 33

22) ivi, p. 51

23) Bucca G., Medicina nei secoli, 2, 1975, p. 196

24) Baldini M., Medicina nei secoli, 2, 1975 p. 208

25) V. Mathieu ed al., cit. p. 87

26) Baldini M., Medicina nei secoli, 2, 1975 p. 220

27) V. Mathieu ed al., cit., p. 92

28) Pera M., Medicina nei secoli, 1, 1979, p. 51

29) Federspil G., cit., p. 44

30) V. Mathieu ed al., cit. p. 111

31) ivi p. 120

32) Federspil G., cit. p. 45

33) ivi, p. 47

34) Bernard C., cit. p. 54

35) Kemeny J. G., "Il filosofo e la scienza", Milano, 1972, p. 228

36) Bucca G., cit. p. 177

37) V. Mathieu ed al., cit. p. 3

38) Amsterdamsky s., "Tra la storia e il metodo", Roma-Napoli 1986 p. 16

39) ivi p. 24

40) "Lo stato attuale del sapere relativo a un soggetto, insieme con tutte le domande formulabili, si può chiamare (...) situazione del problema", ivi p. 35

41) ivi p. 134

42) ivi p. 135

43) ibidem

44) ivi p. 140-141

45) Feyerabend P. K., "Contro il metodo", Milano 1994, p.1

46) ivi, p.40

47) Con la nozione di incommensurabilità, che si pone, è bene sottolinearlo, solo quando avviene il mutamento di punti di vista cosmologici molto generali, Feyerabend intende asserire che i sistemi di pensiero susseguentisi nella storia, adottano linguaggi differenti che non condividono alcuna singola proposizione.

48) Il fatto che gli standard vengano attuati non a livello intellettuale ma istituzionale (in base cioè ai canoni del "senso comune" di chi decide le sovvenzioni per la ricerca), non cambia nella sostanza il carattere conservatore di Lakatos, che diventa in questo modo sostenitore di una nuova "ideologia professionale".

 

CAPITOLO III

VERSO UNA NUOVA MEDICINA

Lo stato del problema

L'intervallo differenziale tra ciò che si ha e quello che si vorrebbe avere per la salute dell'uomo, ne delinea il campo di studio.

Gli elementi del progresso, dovendo appartenere a un simile spazio di ricerca e non potendo di diritto rientrare nel dominio di nessuna prospettiva specifica, sono da considerare come il denominatore comune di qualsiasi impostazione medica.

Qualora non si riesca, almeno apparentemente, a individuare l'identico pur nella molteplicità delle espressioni, questo è da ascriversi principalmente a un'insufficienza interpretativa (pratica, intellettiva, linguistica), dietro la quale nascono e crescono le diverse correnti di pensiero.

E' ben noto come il raggiungimento dello "star bene" venga propugnato da diverse scuole asclepiee, a prima vista molto diverse fra loro, ciascuna delle quali, convinta di possedere le chiavi del corpo umano, professa un proprio credo sanitario.

A ben guardare però, i principi e i messaggi che vengono di volta in volta emanati, essendo molto confusi e privi di costrutto logico, in realtà non solo hanno la colpa di non far comprendere ed accettare quanto viene proposto, ma, cosa assai più grave, affievoliscono inesorabilmente quella coscienza dell'unità entro la quale, solo, sarebbe possibile una sistemazione di tutto lo scibile del sapere medico.

Lo sforzo da attuare allora è primo, quello di non farsi fuorviare dalla convinzione e dalla sensazione dell'identità comune; secondo, quello di individuare lo spazio comprensivo di tutte le voci più o meno opposte o discordanti.

Un oggetto di studio, che soddisfi un'impostazione unitaria e che renda ragione dell'esistenza e del perché delle diverse scuole e delle loro differenze, rappresenterebbe quel dominio da analizzare con maggior cura dal momento che in esso sarebbero contenuti i germi dell'evoluzione e del progresso.

Definendo ciascuna scuola di pensiero come l'insieme delle sue applicazioni specifiche (teoriche e pratiche), il sottoinsieme formato dall'intersezione dei vari insiemi, comprenderebbe quello spazio della ricerca, comune a tutte le correnti.

Il campo di studio così costruito e delimitato, pur se apparentemente molto disomogeneo e quindi con qualche difficoltà di sistemazione in più, ha il notevole vantaggio di lasciare alla periferia (o perlomeno di renderli differibili) gli elementi troppo specifici ed onerosi di qualsiasi impostazione medica, e nel contempo di costringere i proseliti di ciascuna scuola ad entrare in un dialogo costruttivo, dove il ripetere e il magnificare le virtù delle proprie teorie, sciovinisticamente e senza un inquadramento globale, denoterebbe solo angustia mentale e pochezza di idee.

Quello che urge, insomma, è una sfrondatura feroce e determinata di tutti i rami (spesso alberi) secchi, acciocché il pensiero, non irretito in un labirinto di concetti vacui e pleonastici, e non sfiancato nell'analisi di problematiche (specifiche o generali) fittizie e inutili, possa seguire con leggerezza quelle direttive che conducono a una visione semplice ed equilibrata del mondo della salute.

Un primo, ulteriore passo da fare, poi, prima di entrare nel merito dei vari temi del dominio da studiare, è quello di semplificare i rapporti tra le diverse correnti, cercando di conferire a ciascuna il peso e la proiezione che le compete.

Risultando infatti preponderante nel panorama odierno l'importanza della medicina allopatica, conviene che questa venga posta come principale termine di paragone, e che le altre concezioni sulla salute dell'uomo vengano raggruppate in un unico cespite che di volta in volta possa venir articolato in funzione della componente considerata.

Una volta identificato il campo di studio e i rapporti di forza delle sue varie componenti, si rende possibile, così, un discorso agevole e spigliato che riesca a concentrarsi sui nodi essenziali e ad espungere la miriade di problemi fittizi e non pertinenti; che sia capace, dopo aver messo a nudo la limitatezza e la perniciosità delle diverse impostazioni settarie, di dare delle risposte oltre le quali sia poi possibile scoprire nuovi orizzonti.

 

Principi filosofici generali in medicina

Premessa

Esiste in medicina, e deve esistere per tutti, specialmente negli addetti ai lavori, un punto essenziale di riferimento per qualsiasi opera sanitaria: il bene o lo "star bene" dell'individuo preso in considerazione.

L'impegnativo iter universitario, le specializzazioni, gli aggiornamenti, la continua pratica lavorativa, non possono e non devono far smarrire questo principio direttivo, a confronto del quale sono da porre tutte le attività e tutte le teorie sulla salute.

Il più delle volte, però, purtroppo, un semplice e imprescindibile indice di riferimento siffatto, viene oscurato e mascherato dai gravami psicologici, intellettuali e sociali i più diversi, e relegato in un angolo della coscienza dove languisce in una dimensione completamente depotenziata.

Disancorata così l'anima del medico dal suo naturale radicamento, privata perciò della sua libertà di giudizio, essa vaga nel mondo della salute alla mercè dei media e degli sciacalli titolati, relegata in una posizione di comoda passività, nell'attesa dei nuovi e mirabolanti ritrovati che le vengono propinati ad ogni piè sospinto.

Di qui, il soggiogamento del corpus medicum, in varia misura consciamente o inconsciamente complice, consegna il malato nelle mani delle forze extra-sanitarie, con tutte le conseguenti implicazioni nocive e pericolose.

Il medico allora, se vuole veramente curare il prossimo, non è sufficiente che si rinchiuda nell'ignave bozzolo della sua preparazione, ma è necessario che si erga a difesa del "suo" malato, in balia in una medicina riduttiva, spersonalizzante e superistituzionalizzata.

La ricchezza e la complessità della vita, su cui si fonda l'equilibrio e l'euritmia delle funzioni biologiche, vale ben più del miraggio di un benessere eteronomo, spacciato come l'aspirazione massima, ma in pratica costruito ai livelli minimi di sussistenza.

E' chiaro oggi che il reticolo sanitario approntato a tutela della salute della società, allontanandosi e straniandosi troppo profondamente dai principi di un genuino benessere, è diventato una cotenna eccessivamente invasiva e quindi controproducente, talché si impone una presa di coscienza e una ribellione che porti al suo smembramento.

Recupero dei valori umani di base e arricchimento del

linguaggio

La medicina attuale si propone ed opera, con tutto un suo apparato concettuale e linguistico che rispecchia la realtà su cui insiste.

Il suo dominio, è evidente, non comprendendo la globalità delle manifestazioni dell'essere vivente, ma solo ciò che rientra in un ottica e in simboli espressivi codificati, risulta estremamente limitato e quindi insufficiente nella comprensione della malattia, che necessita invece di prospettive e di teorie che la vedano in maniera diversa da come è stata vista fino ad oggi.

Dopo la rivoluzione scientifica, infatti, l'estremo fisicalismo (e con esso il determinismo) che ha prevalso nel pensiero occidentale, ha influenzato negativamente la formazione delle teorie biologiche in quanto le ha continuamente ridotte al proprio piano interpretativo, cosa peraltro comprensibile dato le difficoltà di trovare nuovi registri, a motivo fors'anche della relativa giovinezza della scienza moderna.

Di fatto oggi, che vi siano importanti differenze fra biologia e scienze fisiche viene spesso completamente ignorato, specialmente da parte di quegli studiosi che sembrano dare per scontato che la fisica sia il paradigma della scienza e che quando la si sia compresa si possa comprendere ogni altra scienza inclusa la biologia.

Al contrario, lo studio degli organismi viventi richiede principi aggiuntivi rispetto a quelli delle scienze fisiche: accanto al metodo ipotetico-deduttivo e relative varianti, considerato il metodo principe nella scienza moderna, in biologia assume fondamentale importanza il metodo osservativo-comparativo e forse ancora di più l'utilizzazione di valori euristici e programmi teleonomici che rispondano alla domanda perché?, a quale scopo?.

Mentre infatti la logica, intesa in senso classico, si fonda sulla categoria della necessità, nella logica del vivente si combinano caso e necessità, laddove interagiscono due sistemi altamente variabili, individui unici cioè, e configurazioni ambientali uniche.

La differenza pratica principale inoltre, nell'affrontare i due tipi di problematiche, è la costanza e la riproducibilità delle condizioni da studiare, dimodochè il ruolo esplicativo di leggi strettamente deterministiche e predittive assume un'importanza non assoluta anzi spesso controproducente, dal momento che in biologia le generalizzazioni organizzate in modelli concettuali dotati di quella flessibilità e utilità euristica mancante nelle leggi, sono, quasi invariabilmente, di natura probabilistica anche se non per questo non in contrasto con il determinismo dei processi fisici.

L'approccio alle entità biologiche, insomma, comporta uno spirito assai diverso da quello con cui si trattano i gruppi di entità inorganiche identiche, in una valorizzazione di quell'unità dell'individuo (impossibile nelle scienze fisiche) non riducibile a semplice sommatoria delle sue componenti molecolari.

Se la realtà umana sta in un piano superiore rispetto al mondo inanimato, a nulla serve ribadirne l'indiscussa identità del sostrato materiale; quello che conta è il valore biologico e quindi vitale e quindi energetico che ne risulta e che, essendo un fattore di differenza abissale non suscettibile di misurazione, conferisce alla biologia quella centralità, quel potere di unificazione di tutte le altre scienze che tanto impropriamente viene riconosciuto alle scienze fisiche.

Equiparare allora i vari livelli di esistenza dell'Universo, in una riduzione di tutti i fenomeni vitali a semplici processi fisico-chimici, significa, in una perdita di valori spirituali, guardare le cose solo in maniera angusta e improduttiva, grevemente materialista.

Laddove allora appare legittima la reazione di Hegel nei confronti di un idealismo arroccato sulla figura di un "io" ipertrofico e incapace di incorporare la ricchezza di una realtà materiale (nella notte tutte le vacche sono nere), altrettanto legittima è la condanna di un materialismo gretto che non sappia assorbire tutte le potenzialità sopramateriali.

Nella Grande Catena dell'Essere, dove c'è la compresenza di tutti i gradi rappresentativi della vita, dal più basso al più alto, più o meno comunicanti e quindi energetici e quindi vitali in funzione dell'unità organica che li contraddistingue (1), non si possono ridurre tutte le differenze ad un'identità reale basata solo su variazioni quantitative, in quanto così facendo si perderebbe il senso stesso e quindi il perché del firmamento con tutte le sue creature, con il risultato che si ricadrebbe in un oscurantismo materialistico ideologico con funzione dogmatica e conservativa.

L'approccio filosofico, quindi, deve essere necessariamente diverso nel considerare le varie "ontologie regionali", caratterizzate, ciascuna, da quella propria peculiarità plasmata dall'azione dell'universo.

Resta indiscusso, difatti, che la materia, per acquisire i caratteri della materia vivente e poi dell'uomo, abbia dovuto subire un'evoluzione prolungata nel tempo quanto il grado biologico acquisito, funzione della sovrapposizione di sistemi vitali via via sempre più complessi, basati sull'interscambio fra l'informazione acquisita storicamente e le risposte di programmi genetici, mediante l'utilizzazione di elaborati e precisi meccanismi di retroazione e di direzioni potenziali multiple, non pertinenti al mondo inanimato.

Disconoscere la capacità di un'entità biologica, e in particolare del vivente, a sintonizzarsi e ad assorbire sempre di più, a seconda del proprio quantum, le grandi linee di Energia dell'Universo, significa non riconoscere l'importanza del fattore "spirituale" o sopramateriale, con l'inevitabile inaridimento e fossilizzazione su piani numerabili sì, ma estremamente poveri e infecondi.

La biologia pertanto ha bisogno di una filosofia che la valorizzi per quello che è, dove oltre alle tematiche proprie dei mondi inferiori (fisico, biologico-naturale) diventa imprescindibile l'analisi delle sue dinamiche specifiche individuali (corpo, coscienza, mente, anima, vita) e generali (culturali, sociali, etiche) nella speranza, integrandole, di individuarne il legame e la reciproca influenza.

Una filosofia della biologia (quella umana in particolare), deve perciò assumersi la responsabilità di tramite tra mondo fisico e mondo etico, con il compito di capire sia l'uno che l'altro, non tentando inutili riduzioni, ma al contrario cercando di sussumere il mondo inferiore a quello superiore.

In quest'opera si delinea chiara, allora , la centralità della medicina che, con la sua facoltà di accedere ai vari livelli di esistenza dell'individuo nello studiarne le variazioni dalle condizioni sane a quelle malate e viceversa, può ottemperare alla sua funzione di collante tra mondo materiale e sopramateriale, purché non si lasci trasportare in secche miopi e particolaristiche, ma segua, nella sua vocazione olistica, tutto lo spettro delle manifestazioni della vita, in una visione antropologica totale.

 

Una Filosofia Della Medicina

In base a quanto esposto, pertanto, un fatto risulta, nella considerazione dell'uomo, estremamente urgente e indilazionabile: lo sviluppo di una filosofia della medicina che acquisisca e vada oltre il retroterra biologico e con esso, in un rinnovamento del proprio apparato teorico ed epistemologico, lo studio e l'apprendimento, partendo da presupposti più avanzati, dei motivi del conoscere medico, legato al passaggio dalla salute alla malattia e viceversa, e legato al ripristino della condizione di normalità dell'individuo malato.

Se nel passaggio dal mondo inanimato a quello biologico assumono un'importanza discriminante i concetti peculiari degli esseri viventi (complessità, unicità, variabilità, indeterminatezza e ancora riproduzione, evoluzione, selezione, informazione, programma genetico), nell'ulteriore spostamento nell'ambito medico occorre sottolineare come tutto lo specifico biologico assuma un'accelerazione esponenziale dovuta alla maggiore quantità di vita dell'essere umano, testimoniata a primo impatto, a livello somatico, dall'enorme sviluppo della massa corticale dell'encefalo rispetto a quello degli animali che, pur essendo con la loro fisiologia simile all'uomo un esempio di differenziazione enorme rispetto ai livelli biologici inferiori, restano tuttavia in un piano essenzialmente fisico, attestato da una conformazione neurocerebrale stabilizzatasi ai livelli di una esistenza quasi esclusivamente vegetativa.

Nell'uomo invece i diversi piani di esistenza in rapporto tra di loro e con il mondo esterno, forniscono la spiegazione della sua complessità psicofisica e della perdita e del recupero della salute che, non potendosi oggettivare in un equilibrio solo fisico (insufficiente persino negli animali), dipende dall'armonia e dall'euritmia di tutte le componenti biovitali, ciascuna delle quali, con effetto singolo o interrelato, contribuisce al mantenimento delle condizioni ottimali.

Definire il buono stato della salute riferendosi solo a un piano dell'esistenza, come ad esempio quello corporeo, risulta allora troppo semplicistico, con la conseguenza che ogni descrizione oppure ogni intervento localistico, assume un aspetto di settorialità inconciliabile con la visione globale dell'individuo.

Ecco perché il medico, non potendo prescindere da nessun elemento della vita del paziente, deve incessantemente ricercare le motivazioni profonde della malattia, non soffermandosi o coltivando solo gli aspetti più visibili e più immediati, ma cercando di evidenziare quel flusso di comunicazione fra i vari piani dell'esistenza; qui, difatti, risiede la capacità di mostrare il perché del male da considerare, in ultima analisi, come un abbassamento di Energia, di qualsivoglia forma e origine, dall'effetto il più delle volte esteriormente circoscritto a un settore specifico, ma con chiara compromissione poi di tutte le funzioni vitali.

 

L'Emergenza

Per trattare adeguatamente e per comprendere i problemi di complessità organizzata e di comunicazione fra i diversi piani di un essere vivente, può tornar utile in questo contesto il concetto di Emergenza, una nozione descrittiva usata particolarmente nei sistemi complessi, basata appunto sulla comparsa di nuove caratteristiche dipendenti dal "Tutto", la quale viene spesso invocata nei tentativi di spiegare fenomeni difficili come la vita, la mente e la conoscenza.

Essa viene ritenuta essenziale per investigare le situazioni in cui parecchi sistemi interrelati funzionano in modo integrato, dal momento che i livelli inferiori forniscono soltanto un ammontare limitato di informazione sui processi dei livelli superiori, le cui caratteristiche non possono essere dedotte dalla più completa conoscenza delle componenti prese separatamente o in parziale combinazione. (2)

Essa rappresenta il tentativo di un'applicazione diretta dei metodi matematici ai sistemi biologici senza la necessità di trovare una giustificazione da ciò nella loro microstruttura, ma utilizzando funzioni che tengano conto delle manifestazioni biologiche da esaminare.

Per R. Thom (si definisce vitalista metodologico) che cerca di illustrare il suo programma emergentista teso a matematizzare i processi biologici, con l'introduzione dei termini emergenza e pregnanza, "Le emergenze emettono delle pregnanze che a loro volta investono altre emergenze e vi producono effetti figurativi che possono condurre all'emissione di nuove pregnanze".

In questo "passaggio di frontiere" è possibile in qualche modo rappresentare l'attività, con le funzioni proprie, dei dipartimenti di volta in volta considerati, su una "base fenomenale" (e non sperimentale) che può essere affrontata con metodi matematici.

Risulta chiaro, da quanto detto, come l'emergentismo tenda ad essere una filosofia strettamente materialistica, una forma di riduzione all in su dove certo non trovano posto valori spirituali o sopramateriali, e che rischia di descrivere solo quello che può visualizzare.

Nonostante ciò può essere molto utile, (a patto che si sia consapevoli dei suoi limiti), primo perché può rendere un'idea ottico-intellettiva dei fenomeni biologici e, con essi, della propagazione dei flussi di energia depositari della salute o responsabili della malattia; secondo perché, con la svalorizzazione della pervicace ed esatta conoscenza dei livelli inferiori, in realtà funge da "cavallo di Troia" per qualsiasi impostazione fisicalista.

Considerazioni anatomo-funzionali

Volendo intraprendere la descrizione di un individuo in una prospettiva medica non riduttiva, possono essere prese in considerazione le sue componenti statiche (e siamo nel campo dell'anatomia), oppure quelle dinamiche (e siamo nel campo della fisiologia), le quali, nella loro struttura e microstruttura, hanno ragione d'essere, è bene sottolinearlo, solo in funzione dell'organismo in toto al quale, unico, spetta qualsiasi manifestazione di vita, resa possibile, in una sinergia tra sistema nervoso ed elementi extra-nervosi, da:

1) Avere, 2) Continuare ad avere la coscienza di essere e di essere in relazione col mondo e con gli altri esseri umani.

Se appare evidente così il ruolo della componente neurologica come porta d'accesso alla qualità di vita intesa non in senso meramente fisico, altrettanto indispensabili risultano le componenti non neurologiche deputate all'alimentazione, al supporto e al sostentamento della struttura nervosa, che può essere considerata in questo modo il punto di passaggio, di commutazione fra capacità fisica e capacità ideativa e di pensiero.

I vari e complessi meccanismi poi omeostatici, retroattivi, di feedback, etc., pur apportando difficoltà di ordine interpretativo intrinseco, non possono però inficiare, nella sostanza, la semplicità di uno schema, teso ad un'integrazione dei processi materiali e dei fenomeni sopramateriali, in cui:

la parte non neurologica "ricarica" la parte neurologica, che fornisce la struttura ai processi nervosi e psichici.

Nella suddivisione dell'individuo in corpo-mente o corpo-anima si rendono necessarie, allora, ulteriori specificazioni della realtà umana, coll'intento non di perdere quell'unità dissociabile solo osservativamente, ma di rendere più comprensibili le dinamiche intra e intersettoriali da cui dipendono in ultima analisi le alterazioni produttrici di malattia.

L'uomo può essere visualizzato nelle seguenti bande d'esistenza:

1) Corpo

2) Struttura neurologica

3) Mente

4) Intelletto

5) Psiche

6) Spirito

1) Nel corpo può essere individuata una parte neurologica e una non neurologica, a sua volta composta da:

a) apparato osteo-muscolare-connettivale

b) apparato digestivo

c) sistema circolatorio,

alle quali spetta il compito di fornire, dopo averli trovati, assimilati e veicolati, gli elaborati alimentari alla parte neurologica.

2) La struttura neurologica è il fulcro esplicativo dell'esistenza umana, avendo essa una funzione di controllo e di regolazione sul corpo non-neurologico, e nello stesso tempo avendo il compito di produrre e di fornire quelle sostanze neurogene essenziali per il mantenimento e l'acquisizione dei processi biovitali di ciascun ordine superiore.

3) La mente è la sfera delle operazioni nervose situata al di sopra dei semplici meccanismi neurovegetativi; le appartengono i procedimenti razionali, riflessivi e ideativi.

4) L'intelletto è l'allargamento dell'orizzonte mentale tramite l'amplificazione dei meccanismi razionali con componenti principalmente extra-individuali (sociali, scientifici, culturali, religiosi).

5) La psiche, che è il punto d'incontro delle precedenti strutture, è anche l'effettore dei contenuti, amalgamati e interrelati, di ognuna di esse.

La sua caratteristica peculiare è la stimolazione all'azione (o alla non azione), conscia o inconscia, sulla base di una scelta di origine passionale, verso il bene ritenuto maggiore.

6) Lo spirito, che è la risultante delle componenti dell'anima e del loro dinamismo, non è altro che il vettore (più o meno positivo) che denota in qualità, quantità e direzione l'essenza dell'essere umano.

E' bene sottolineare che i piani esistenziali descritti, divisi solo per facilità di comprensione, fanno parte di un tutto inscindibile che, agendo e reagendo nella vita in modo omogeneo, mette in moto o utilizza maggiormente, di volta in volta, una o più componenti, sempre però nell'unione e nella sinergia con le altre, dove il reticolo delle interazioni è estremamente vario, variabile e mai prefissato, dal momento che viene posto continuamente a confronto con condizioni esterne sempre nuove.

Lo star bene, il sentirsi bene di un individuo, allora, dipende principalmente dal buon "funzionamento" di ciascun livello d'esistenza che, conferendo stabilità con il proprio equilibrio a tutto il sistema, lo mette in condizione di far fronte con la maggiore energia, e quindi con la maggior libertà, a tutte le evenienze esterne.

Danno buona salute, ad esempio, con punto d'applicazione primariamente settoriale:

1) Alimentazione sana, buona ossigenazione, abbondante idratazione con salificazione (Corpo).

2) Regolarità nel sonno e nel riposo (Struttura neurologica)

3) Oculatezza nell'affaticamento di qualsiasi origine (Mente)

4) Limitazione nell'impegno culturale, sociale, etc., (Intelletto)

5) Morigeratezza negli appetiti e passioni (Psiche)

6) Scelta di un bene superiore, della pace etc., (Spirito)

Le indicazioni suaccennate, è bene chiarirlo, non sono il risultato di un atteggiamento moralistico, ma di semplici indicazioni mediche che mirano a valutare con il giusto metro l'importanza fondamentale nel gestire la propria persona.

Così, un individuo che oltrepassa la propria capacità psicofisica, si espone a inconvenienti proporzionali al grado di abuso apportati al proprio essere, dal momento che per ognuno esistono, nelle diverse fasi della vita, precisi limiti di cui deve tener conto.

Uno sforzo o un sovraccarico eccessivi allora, inevitabilmente, producono distonie o malattia, più o meno subiettivi, in relazione al punto di applicazione interessato.

Considerando per comodità solo effetti somatici, possono esitare ad esempio:

Da un accesso di bulimia, una colica; da un salto troppo lungo, uno stiramento; da una frenesia sessuale, un esaurimento; dallo studio appassionato, una deformazione della colonna; da un arrivismo esasperato, una depressione; e così via per tutte le possibili evenienze e combinazioni comportamentali, direttamente responsabili del funzionamento dei vari livelli biovitali.

Presupposti morali della salute

Quando questi livelli, invece, sono "trattati" dall'io adeguatamente, con nutrimento e impegno continuo, in maniera differenziata a seconda della costituzione di ciascun individuo, saturandosi in tutte le loro potenzialità assumono una tale carica biologica da diffondere la propria energia a ciascun altro comparto, che a sua volta può risultare completamente saturo, e così via fino al piano più alto, dove la maggiore densità biovitale sfocia e prelude alla ricerca del bene più grande.

In altre parole il senso morale è emergente, è dipendente in maniera diretta dalla disposizione di ciascun campo esistenziale, funzione a sua volta dell'energia e quindi della salute del campo in toto e delle sue parti, in un'interrelazione a doppio senso, dove il livello inferiore condiziona il superiore, e viceversa il superiore informa e condiziona l'inferiore.

Una volta ottenuta l'integrazione fisico-psichica, una volta acquisita la massima potenzialità bio-energetica, una volta raggiunta cioè la coscienza di una sublimazione spirituale, quando si è di fronte a se stessi e nella impossibilità, nella ricerca di un arricchimento del proprio "quantum" d'energia, di regredire verso se stessi, in quel momento si apre l'orizzonte del mondo etico, l'unico capace, nella sua infinità, di apportare quell'arricchimento infinito dato dagli altri e con gli altri (Amore), preludio di quella dimensione religiosa foriera di pace e di serenità.

Solo comprendendo l'esistenza umana in tutta la sua ricchezza e nell'anelito di evolversi verso gradi sempre maggiori di energia e di bene, e quindi in un'imprescindibile prospettiva etica, è possibile inquadrare il problema vita e con esso il problema salute nella giusta dimensione, non eludibile da nessun sistema scientifico. (3)

Certo, la difficoltà di trovare, in chi cura il prossimo, la ricchezza e la capacità di visualizzarne le emittenti in tutta la banda delle componenti umane, può comportare qualche problema.

Non a caso, per sopperire a uno stato di cose forzatamente carente, l'istituzione medica ha prodotto necessariamente materie di competenza settoriale.

Spetta difatti ai vari specialisti il trattamento dei diversi livelli di esistenza, proponibili nei seguenti abbinamenti:

Medico - Corpo e Struttura nervosa del corpo

Neurologo - Struttura nervosa della Mente

Psichiatra - Struttura nervosa dell'Intelletto e dell'Anima

Psicologo - Intelletto e Anima

A queste, per completezza, va aggiunta un'altra combinazione apparentemente non pertinente:

Prete (o equivalente laico) - Anima e Spirito.

Di conseguenza, posto e assodato, che lo "star bene" dipenda dal buon funzionamento di tutti i dipartimenti considerati, di diritto allora, tutte le figure, compreso il prete, preposte alla loro tutela, rientrano nella classe dei terapeuti.

Da che mondo è mondo, difatti, il medico è ritenuto un po’ come il sacerdote, accettando la cosa con un misto di stupore, di gratificazione e di ignoranza.

In realtà, una simile asserzione è profondamente giusta, in quanto anche se il prete cura l'anima in funzione spirituale, cioè in proiezione divina, la sua opera, generalmente disconosciuta, infonde altrettanta salute di quanto possano produrre gli specialisti classici.

Non basta, dunque, per raggiungere il massimo equilibrio e quindi la massima acquisizione di benessere, muoversi infingardamente solo sul piano delle grevi necessità corporee; occorre costantemente una proiezione spirituale che darà sempre, e non solamente a parole e in ottica ultraterrena, risultati concreti e tangibili.

Va ricordata sempre, a tal proposito, la Fortezza (non solo spirituale) dei santi, o le parole di Cristo pronunciate sempre all'atto di ridonare integrità a chi è malato o perfino morto: "Ti siano rimessi i tuoi peccati".

Tanto basta per dimostrare l'essenzialità del valore morale nella salute.

Presupposti morali della malattia.

Ciascun uomo ha, in determinati momenti della vita, un peculiare tot di Energia, determinato, a ciascun livello, dalla somma della sua componente strutturale e dal fluido bioenergetico ad essa connesso.

Un abbassamento d'Energia, e quindi della vita, può essere causato da:

1) Dispersione

2) Cristallizzazione settoriale con conseguente

impossibilità espansiva verso i gradi superiori, più

ricchi.

Il tipo di dispersione agente esclusivamente sul piano corporeo oppure neurologico appartiene all'indagine classica medica, attualmente preponderante; la dispersione nei campi superiori e le cristallizzazioni, di pertinenza dei domini prevalentemente eterodossi, risentono delle condizioni e del comportamento morale, con interazioni interdipendenti, dell'individuo.

Esempi:

1) Un'intossicazione debilita l'organismo

2) Una virosi neurotropa inficia la struttura nervosa

1a) Il narcisismo e il culto eccessivo del corpo,

cristallizzando energia sul piano fisico-estetico, ne

impediscono la diffusione verso altri piani e quindi

l'integrazione energetica emergente.

2a) Nevrosi, tic, tensioni di origine psichica, espressione

di storture e vizi morali, logorano il sistema nervoso.

3) La lussuria (intesa, in senso relativo, come eccesso rispetto alla capacità della struttura psicofisica di una determinata persona) esaurisce la mente.

4) L'ambizione scientifica, culturale stressa l'intelletto.

5) L'invidia consuma e imbriglia l'anima.

6) L'ignavia, la pigrizia appesantiscono lo spirito.

Alla base di ogni distorsione e viziatura, è facile notare, c'è sempre un dispendio eccessivo di materia neurologica, il prezioso denominatore comune utilizzabile da qualsiasi attività di tipo sopramateriale che può essere di volta in volta preminentemente semplice (mentale, intellettuale, psichica, spirituale), composita (con implicazione plurisettoriale), globale (quando tutte le componenti entrano in gioco).

Essendo il livello di vita dell'organismo umano proporzionale al volume dell'energia vitale utilizzabile al momento, laddove avviene una dispersione assoluta di Energia per accidenti esterni o una dispersione relativa per un sequestro settoriale dovuto alle cause più disparate, le varie parti del sistema biovitale danno segni di sofferenza più o meno grave, con coinvolgimento riflesso anche della parte semplicemente somatica, alla deriva e non più regolata armonicamente a motivo di uno squilibrio neurologico dato da una mancanza di sostanza specifica.

Esiste un preciso punto, in ogni individuo, al di là del quale non è più possibile la compensazione del sistema e il riequilibrio energetico: una volta che lo si è oltrepassato la malattia dà segni di sé in un primo tempo e il più delle volte tramite il linguaggio del corpo, poi, con il passare del tempo, con il coinvolgimento di tutti i piani esistenziali.

Se il bilancio energetico dell'organismo supera largamente tutte le possibilità delle diverse aggressioni, la salute è ben protetta. Se invece resta al di sotto della media, l'organismo non potrà resistere alle aggressioni e cadrà fatalmente malato". (4)

Trattato sull'ipocondria e sull'Isteria, di B. Mandeville

Considerazioni mediche.

A testimonianza del carattere di totale diffusibilità della malattia e della sua poligenesi, può essere preso come esempio il "Trattato sull'ipocondria" di Mandeville, opera da cui emana un carattere luminoso di saggezza e di semplicità.

Il suo asse portante è la storia clinica di una persona benestante e colta alle prese con un evento morboso che lo accompagna da un certo momento della vita in poi dove, oltre all'accurata descrizione dell'iter tortuoso della sofferenza di un uomo e dell'inutilità di qualsiasi intervento medico, si apprende la dinamica del male a contatto dei vari piani dell'esistenza.

Dopo un periodo gaio, felice e fecondo, afferma il paziente, un episodio gastroenterico viene a determinare un profondo stato di prostrazione e di spossatezza che però passa senza lasciare apparentemente postumi.

Riprende la vita come prima ma, a distanza di qualche tempo, comincia un malessere generale articolato via via in forme sempre più complesse e subentranti fino al coinvolgimento dell'essere in toto, attestato da una molteplicità di sintomi pluristratificati quali cefalea, inappetenza, alvo irregolare, gastrite, disturbi emorroidari, palpitazioni, insonnia, deconcentrazione, svogliatezza, sfiducia, sensi di colpa, reazioni psicotiche, tutti uniti sotto l'etichetta "depressione".

Le varie fasi dello sviluppo della malattia vengono analizzate nel libro con una rara e sottile sensibilità medica, tanto che ne risulta una descrizione magistrale, di una tale perspicuità, da poter essere portata come esempio in qualsiasi testo clinico.

I diversi momenti patologici, difatti, si intessono in modo così naturale nella biografia del paziente, tanto da non acquisire, la sua malattia, quel carattere di estraneità che quasi sempre assume in chi è malato, specialmente ai giorni nostri.

Dalla descrizione, inoltre, e dalla giusta luce conferita all'interazione fra i diversi piani bio-vitali, si sprigiona quell'equilibrio e quella ricchezza spirituale, che dovrebbero essere costitutivi di chiunque voglia proporsi la cura del prossimo.

Nonostante qualche carenza, quindi, rintracciabile nella sua opera a motivo anche del momento storico, Mandeville medico rimane pur tuttavia un esempio luminoso di lucidità e di prudenza, in un atteggiamento umano e rispettoso verso un malato esaurito.

Dal coinvolgimento totale di tutte le sue funzioni, come pure dalla completa ed esauriente considerazione dei suoi dati biografici, emerge così un chiaro messaggio antropologico, valido per ogni tempo compreso quello attuale.

 

PAGINA SUCCESSIVA